benvenuti nel sito del nucleo comunista internazionalista
Come dice lo stesso nome che ci diamo, siamo un piccolo gruppo, un
“nucleo”, che rivendica a sé (e non “per sé”, ma per l’insieme del
movimento sociale e politico di emancipazione dal capitalismo) la
qualifica di comunismo nel senso marxista del termine
Volantone distribuito alla manifestazione “Occupy Piazza Affari” del 31 marzo 2012
9 marzo – sciopero dei metalmeccanici
Siamo stati in piazza il 9 marzo a
Roma per lo sciopero generale della Fiom, al quale hanno aderito alcuni sindacati di
base.
Lo sciopero è stato indetto contro l’attacco della Fiat, che dopo Pomigliano e
Mirafiori ha stracciato il contratto nazionale in tutti gli stabilimenti del gruppo e cacciato la Fiom
dalle fabbriche. Questione con ogni evidenza di primarissima importanza sul terreno suo proprio,
che secondo noi non è quello degli articoli costituzionali di legge che sarebbero stati violati da
Marchionne, bensì quello della piena libertà – e capacità – di organizzazione e di lotta della classe operaia nei posti di lavoro e
in ogni ambito sociale.
La Fiom, invece, assume e rilancia la prospettiva della
“difesa della democrazia”, “trincea” che noi giudichiamo del tutto
inadeguata (e anzi contrapposta) alle necessità di una vera difesa di classe, oltre che – nella contingenza data –
slogan sufficientemente “generico” che consente di aggirare nodi
politici in realtà ineludibili.
>>
...Flavia Angeli, Piero Maestri e Franco Turigliatto,
“portavoce” di Sinistra Critica, sottoscrivono una “lettera
aperta alle/ai promotori della petizione Siria No war”.
La petizione “NO alla guerra in Siria-Sì ai diritti umani e alla
legalità” alla quale si riferiscono è promossa dalla Associazione Peacelink, un
organismo che possiamo definire di pacifismo radicale e di sinistra, che raccoglie
– tra altri
– quanti nell’area e nella stessa redazione del Manifesto si
sono scottati le mani sulla vicenda libica, subendo di fatto la linea assolutamente prevalente
(in quegli ambiti e non solo) di Rossanda e altri, schierati questi per la “rimozione del
tiranno” con ogni mezzo e da parte di chiunque –
bombardamenti Nato inclusi e benvenuti – per
prendere via via coraggio iniziando ad opporvisi dalle colonne dello stesso quotidiano,
recuperando qualche posizione e dando vita a una sorta di separazione in casa buona per il
cosiddetto pluralismo delle opinioni e la tenuta delle vendite in una fase di confusione
totale del mercato di riferimento ma decisamente in difetto quanto a forza necessaria per dare
efficace battaglia alla propaganda filo-imperialista che Rossanda e sodali hanno preteso
ammantare di suggestioni “sinistre” (in realtà destrissime, come già abbiamo
scritto).
>>
“Sovranità nazionale calpestata”: il social-patriottismo fa breccia anche nell’estrema-sinistra
Piccolo, piccolissimo e marginale episodio non c’è dubbio e non la facciamo lunga più di tanto . Ma bene hanno fatto i compagni che hanno segnalato e ci hanno segnalato il video di Contropiano (Italia-Germania 4 a 3, reperibile su You Tube e si diverta chi vuole) a “indignarsi” e a denunciarne lo spudorato carattere social-patriottico. Roba che sa di rancido togliattismo come a giusta ragione dicono i compagni e che nelle intenzioni degli autori dovrebbe servire a spronare alla lotta. Bene, alla lotta: ma con quale indirizzo, attorno a quale programma? >>
Le borse, “i mercati” dettano –
dittano!
Disarcionato il Cavaliere di Arcore
Ai compagni che ci leggono, talora non limitandosi allo zapping “informativo” sul web, ma entrando in corrispondenza con noi, poniamo, prima di entrare nel merito della “novità” Monti a far da staffetta (più veloce e decisa) del governo Berlusconi, una “precondizione”: riandatevi a leggere quanto scrivevamo il 17 gennaio di quest’anno sul nostro sito sotto il titolo Cronaca di una morte annunciata (e di una precaria resurrezione) per misurare la coerenza o meno delle nostre analisi di fondo sui temi di attualità politica e sociale. E, magari, riandatevi a vedere quanto scrivevano allora certi antiberlusconiani di ferro, “ultrasinistra” compresa, per constatare come e dove ci abbiano portato i loro “impressionistici” salti della quaglia in rapida successione. Sarebbe ora di tirare qualche lezione quanto ai “comportamenti” delle forze politiche in campo, delle quali siamo certamente minimissima parte di peso, ma tutt’altro che ondivaga e priva di riferimenti marxisti conseguenti. >>
L’editoriale della Rossanda sul Manifesto del 23 ottobre dal titolo Post-coloniali (che riportiamo qui di seguito in appendice) merita delle attente considerazioni in quanto esso non rappresenta delle “opinioni personali” dell’autrice e di quella parte del suo giornale “pluralista” che non ha trovato ragioni valide per opporsi all’aggressione contro la Libia (anzi, agli inizi: benvenuto intervento umanitario sotto egida ONU!), ma fa da megafono a tutta una serie di aberrazioni proprie di un arco amplissimo di forze della “sinistra” democratica, “radicale” ed anche “estrema” che o hanno condiviso l’aggressione (vedi vertice della CGIL e portavoce vari dell’associazionismo “pacifista”) o non hanno comunque ritenuto di dover muovere un dito per denunciarla e contrastarla (e qui ci mettiamo la stessa FIOM e la galassia dei partitini della “sinistra radicale”, o quanti ancora hanno suonato la grancassa a pro’ dei “rivoluzionari libici” cui prestare un incondizionato – pur se platonico – sostegno, magari facendo rivoltare nella tomba il cadavere di Trotzkij vergognosamente chiamato a cauzionare una simile presa di posizione). >>
Gheddafi è quindi morto secondo quanto aveva promesso, con le armi in mano contro le forze della ricolonizzazione della Libia da parte dell’Occidente, di cui i “rivoluzionari autoctoni” del paese hanno giocato solo il ruolo da ascari di rincalzo, alla faccia di quanti vi avevano visto una “iniziale” manifestazione spontanea primaverile araba poi, magari, sopraffatta dall’“intromissione” e “deviazione” imperialista (e, naturalmente, restiamo in attesa di lumi su teoria, programmi ed organizzazione di queste supposte forze “genuine” e sul loro posizionamento, armi alla mano, nei confronti degli usurpatori NATO delle proprie supposte istanze... rivoluzionarie).
Gheddafi non era certamente uno della nostra parte internazionalista proletaria, ma per un lungo tratto e, in una certa, decrescente e sempre più incoerente e squallida, misura, un nazionalista borghese “rivoluzionario” fatalmente destinato all’inconseguenza dei propri programmi d’esordio sia per la natura stessa del blocco sociale di appartenenza, sia, e più, per l’isolamento cui la sua “rivoluzione libica” è stata condannata sin dall’inizio dal nullismo del fronte proletario internazionale cui noi ci richiamiamo programmaticamente. Tutto ciò stava già scritto nelle immutabili tesi del secondo congresso dell’Internazionale Comunista cui rimandiamo e ne abbiamo già parlato in precedenza senza l’obbligo di ritornarvicisi >>
Il 15 ottobre “indignato” a Roma
Quella che segue è la cronaca, la
nostra cronaca ragionata secondo il nostro metodo, della giornata del 15 ottobre a Roma nella
quale siamo stati presenti impegnando le modeste forze di cui disponiamo nella diffusione
della nostra stampa, nella discussione e nel contraddittorio col maggior numero di
partecipanti che ci è stato possibile toccare.
Prima però una notazione: lo stesso
giorno, 15 di ottobre, alcuni giornali danno ufficialmente la notizia – qualche articoletto nelle pagine interne of course – della partecipazione di truppe italiane nei combattimenti di
terra in Libia al fianco dei tagliagole “democratici” e “islamici”
indigeni la cui alta e principale specializzazione è la caccia ai lavoratori africani che
rappresentavano il nerbo del proletariato di Libia.
[...]
Occorre suonare la
sveglia e ricordare alla massa “degli indignati” che lo Stato democratico
italiano come partecipa alla guerra di rapina al suo esterno così attacca ed aggredisce le masse
al proprio interno. La stessa medesima macchina al servizio del capitale è
all’opera, non altra!
>>
I media a
servizio dell’imperialismo ci ricordano che i paesi che “noi” siamo
andati ad aggredire (pardon... ad aiutare disinteressatamente per metterli alla pari coi nostri
standard di civiltà), Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, oggi Libia, domani Siria e poi via di
seguito, soffrivano di una totale mancanza di democrazia, con tanto di divieto
d’importazione della stessa, sì che s’è dovuta un po’ forzare la mano
per dargliela in dono.
Certi babbei “marxisti rivoluzionari” si limitano
a ripetere la stessa cosa, semmai distinguendosi dalla canea pro-imperialista esplicita
con l’appello alle “masse” di questi paesi affinché si rivoltino esse stesse
per ed in nome della democrazia come valore universale al di sopra delle parti (delle classi) in
campo. Quindi: né con la NATO né con i Saddam, Milosevic, i talebani, Gheddafi etc., ma
dalla parte degli insorti “democratici” di questi paesi, offrendo loro
incoraggiamenti verbali che la NATO provvederà a materializzare per bene.
>>
Pubblichiamo anche noi la nota di Marinella Correggia, collaboratrice (quasi ex) del Manifesto dal titolo Libia, il silenzio dei pacifisti ha ucciso. Con qualche commento nostro a prefazione. >>
Un compagno di altra organizzazione, ma da sempre utilmente in contatto con noi, ci segnala, sollecitando una nostra presa di posizione, il documento dal titolo Dobbiamo fermarli articolato in “5 proposte per un fronte comune contro il governo unico delle banche” preparatorie di un incontro a Roma il 1° ottobre. >>
Si contratta, si combatte attorno a Tripoli
Stando alle informazioni dispensate dal nostro apparato mediatico democratico-goebbelsiano, il cerchio attorno ad una Tripoli sotto assedio starebbe chiudendosi e prossima ormai sarebbe la caduta del Tiranno.
Cinque mesi di bombardamenti Nato e di qualche altro cane al servizio dell’imperialismo sembrano avere infine fiaccato l’orgogliosa resistenza di Gheddafy e dei suoi ed aperto infine il varco decisivo alle milizie dei ribelli-bastardi o bastardi-ribelli che dir si voglia.
In questo delicato e forse cruciale momento in cui i campioni della difesa della “democrazia”, dei “diritti umani”, della “libertà” sembrano aver fretta di chiudere la partita in Libia (forse per aprirne una nuova, ancora più terribile, attorno a Damasco e quindi Beirut e quindi…) e pregustano il dolce succo della vittoria ossia il controllo sulle risorse del paese, sui quattrini e sul capitale mobiliare libici e, last but not least, sull’oro che in gran quantità Gheddafy aveva accortamente messo in riserva, in questo delicato e cruciale momento riceviamo e pubblichiamo due (fra le tante) informative che qualificano l’opera e lo scopo della missione della democrazia nell’attuale guerra per la Libia:
la prima è sulle conseguenze di uno (fra le centinaia) dei bombardamenti democratico-umanitari;
la seconda è sulle manovre in atto per mettere le mani, quasi fisicamente, sul tesoro libico. Assassini e ladri appunto!
>>
Il fatidico prossimo 2 agosto
è una data che sarà e dovrà essere ricordata. Una di quelle date che simbolicamente segnano
un crinale, uno svolto, una accelerazione nella storia. Ad esempio il 4 agosto 1914 segna la
catastrofe del movimento operaio e socialista, ed ovviamente non fu un fulmine a ciel
sereno.
No, gli Stati Uniti d’America non dichiareranno bancarotta. Un
accordo per sfondare il tetto del debito, una entità che si scrive con un numero (dicono il 14)
seguito da dodici zeri, sarà trovato. Soprattutto sarà trovato un accordo bipartisan per dare
un possente giro di torchio sulle masse e sul proletariato d’America. Con una
manovra davvero all’americana al cui confronto le finanziarie di Tremonti, pure esse
assai salate per le masse e, guarda caso bipartisan, sono noccioline.
>>
Gli zombie d’Occidente galleggiano su un oceano di debiti aggrappati alla
macchina produttiva cinese (e indiana, e brasiliana...) ancora viva e vitale.
La giovane e vigorosa classe operaia cinese è scesa in campo e, strappando posizioni al capitale, suona la
sveglia al proletariato d’Europa e d’America.
Intanto non pochi paesi già protagonisti di una “crescita forte” ne hanno visto azzerata la progressione (vedi
l’Islanda, l’Irlanda...), o catapultate in piazza le masse a chieder conto di
“aumenti del PIL” inversamente corrispondenti al proprio impoverimento reale
(chi ricorda che nel 2008 il PIL dell’Egitto aveva registrato lo straordinario incremento
del 7,2%...?).
>>
Confessiamo la nostra ignoranza sulle ascendenze teoriche e politiche di Manlio Dinucci, anche se il suo cognome (ma potrebbe essere un caso) ci suggerisce punti di partenza assai distanti dai nostri. In ogni caso non ce ne frega niente. Sta di fatto che la firma Manlio Dinucci sul Manifesto si collega ad alcuni dei migliori interventi su varie materie cruciali che ci è stato dato di leggere su questo giornale, oramai ondeggiante tra sussulti comunisti “vecchio stampo” (anche il nostro stampo è notevolmente datato!), “nuovismi” di ogni genere alla rincorsa di inediti soggetti “alternativi” (sino a Barak Obama, dopo il già noto Clinton osannato in manifesto gigante o... Lady Gaga), sino all’accodamento “comunista critico” ad operazioni “umanitarie” del tipo quelle che si stanno consumando in Libia e di cui si promette un adeguato export altrove. >>
Come speriamo sia noto a chi ci segue, il nostro microbico Nucleo non partecipa nelle presenti situazioni di fatto (“scelte” e forze sociali e politiche in campo) ad alcun tipo di consultazione elettorale, referendaria compresa. Non si tratta di un a-priori “di principio” valido in assoluto (e in tanto parliamo di esame concreto delle situazioni concrete), non escludendo noi che, in altre circostanze concrete l’obiettivo rivoluzionario possa attraversare il “libero, democratico gioco elettorale” per scardinarlo anche utilizzando il voto (alla maniera indicataci da Lenin nell’Estremismo). L’essenziale è che le forze accumulate sul terreno extra ed antiparlamentare siano su di esso scatenate a pro del movimento di rottura rivoluzionaria, eventualmente utilizzando su questa base anche il ricorso al voto ove intervengano condizioni utili a spostare il campo di forza da quello cosiddetto “democratico”, dei “cittadini liberi e sovrani”. Eventualità abbastanza improbabile nell’epoca attuale e nell’area dei paesi imperialisti, ma a cui non chiudiamo pregiudizialmente ogni e qualsiasi possibilità in assoluto. >>
E’ il titolo eloquente di un interessante contributo di Lorenzo Mortara, da cui prediamo spunto per svolgere alcune considerazioni sui più recenti sviluppi della vicenda sindacal-politica italiana, dove è per noi chiaro che le vittorie elettorali del centro-sinistra, al pari di quelle giudiziarie della Fiom, lasciano inalterati i rapporti di forza tra capitalismo e proletariato che, nella realtà sociale e nei posti di lavoro, sono attualmente molto sfavorevoli alla nostra classe, con tendenza al peggioramento. >>
In tema di guerra e “rivoluzione” in Libia
L’aggressione imperialista-democratica alla Libia in corso rappresenta un banco di prova per il campo della rivoluzione e del suo contrario, come cento anni fa al tempo dell’impresa coloniale dell’Italia liberal-progressista giolittiana. Allora, 1911, i ventenni della sinistra intransigente del PSI demarcarono sull’opposizione alla guerra di Libia la premessa di ogni professione di classismo internazionalista contro non solo le soverchianti forze dell’aperto nazionalismo borghese ma anche contro quello più subdolo e insidioso a tinte sociali e persino “socialistiche” dei rinnegati d’allora (i Bissolati, Podrecca...) e della stessa opposizione all’”avventura bellica” del centro del partito (Turati/Treves) poggiata su assai friabili basi a-marxiste. Erano i ventenni che 10 anni più tardi avrebbero costituito il nerbo del partito della rivoluzione, il PCd’I. Oggi, 2011, la più gran parte della cosiddetta “sinistra rivoluzionaria” di cui qui vogliamo parlare essendosi la sinistra ufficiale da un bel pezzo denudata di ogni possibile decenza pretende, sulla questione della guerra alla Libia, di mettere insieme l’inconciliabile: pretende di unire il più sperticato e acritico sostegno alla “rivoluzione libica” (ma sarebbe più corretto dire: di Bengasi, ammesso e non concesso che di “rivoluzione” si possa parlare) con l’opposizione all’intervento militare imperialista, intervento guarda caso invocato a squarciagola dai cosiddetti ribelli o rivoluzionari di Cirenaica. >>
1 - CHI PER LA PATRIA MUOR VISSUTO E’ ASSAI
Nell’ambito delle celebrazioni
patriottiche dell’Unità d’Italia portata (quasi) a termine 150 anni fa (mancano
ancora l’Istria e la Dalmazia “irredente”, per dirla con Napolitano,
Nizza e Savoja e le ex-colonie AOI; ma chissà...), anche L’Ernesto ha
voluto fare la sua parte dando spazio ad alcune “note introduttive su una
idea-forza di fondamentale importanza” a firma Spartaco Puttini dal titolo
La questione nazionale. Articolo non a caso ripreso con favore dai “fascisti
rossi” in salsa varia. >>
2 - SVOLTE PERICOLOSE, INCIDENTI IN VISTA...
Lettera di un nostro “vecchio
compagno” ad un “vecchio compagno” del GCR.
Con affetto e
disappunto... >>
Pubblichiamo l’appello diffuso dai compagni della zona napoletana per la manifestazione nazionale contro la criminale operazione in atto contro la Libia da parte delle maggiori potenze democratiche occidentali. Si tratta certamente, al momento e passato quasi un mese dall’inizio degli attacchi armati imperialisti, dello sforzo più significativo per mettere in campo un’opposizione alla guerra che vuole ancorarsi ai criteri e agli interessi di classe, in rottura con un imbelle pacifismo di cui a nostro avviso si può parlare di impotenza solo per la sua componente per così dire onesta (alla Gino Strada per intenderci) quanto al resto invece si può e si deve parlare come di movimento complementare all’opera delle cannoniere democratiche. >>
Un testo di Bordiga del 1961 che segnaliamo dal sito “Sotto le bandiere del marxismo” e riproponiamo
Nelle cronologie storiche i cosiddetti “compleanni dell’unità d’Italia” sembrano andare a braccetto con le sue aggressioni militari alla Libia. Nel 1911 il cinquantenario dell’unità si accompagnò all’avvio della guerra di conquista coloniale che l’intossicazione nazionalistica d’allora presentò come guerra all’impero turco dal cui giogo si trattava di “liberare” le popolazioni arabe di Tripolitania e Cirenaica per portarvi l’italica civiltà. Con tanto di benedizione da parte della Chiesa Cattolica e apostolica di Roma e persino di una ristretta minoranza socialista, un pugno di rinnegati subito cacciati a pedate dal partito. >>
Aggressione alla Libia
Le criminali operazioni delle massime potenze democratiche occidentali contro
la Libia devono far emergere le contraddizioni che covano anche fuori dal
campo dei porci democratici.
Parliamo di
Hezbollah cioè il movimento anti-imperialista borghese forse più avanzato, senza
dubbio il più agguerrito nell’area, il quale mantiene un silenzio assolutamente
assordante e tombale sull’aggressione in corso contro la
Libia.
>>
Dunque: il segretario generale della Nato Mr Rasmussen nella serata di mercoledì 17 marzo ha dettato la linea. Ha sentenziato come “inaccettabile” la vittoria che sul campo si è profilata schiacciante da parte delle forze pro-Gheddafi. Un affronto inaccettabile, intollerabile, che non può e non deve passare senza una adeguata replica e castigo. La Clinton nelle stesse ore sembra aver rotto gli indugi americani, allineandosi ai campioni britannici e francesi della difesa manu militari “dei diritti umani”, della democrazia e ...della “rivoluzione” in Libia. (Due potenze in effetti storicamente campioni mondiali di democrazia e colonialismo. Ripetiamo a scanso di interessati equivoci: democrazia e colonialismo) >>
Si spara, si tratta nella “nostra quarta sponda” (a 100 anni esatti dalla guerra di conquista coloniale italiana)
Sulla spinta degli
avvenimenti in Tunisia ed Egitto la iniziale rivolta di masse giovanili in Libia è diventata una
sollevazione popolare che rapidamente ha guadagnato la Cirenaica, parte orientale del paese per poi
puntare al rovesciamento del regime. Gheddafi e i suoi resistono in Tripolitania mobilitando una
propria base popolare e contrattaccano (contenendo al massimo l’uso della forza militare, al
contrario di quello che la propaganda democratico-imperialista ci propina) tentando di venire a
capo di un movimento che si è rivelato tutt’altro che “una farsa” come
improvvidamente l’avevano definito. Del Fezzan, la regione più interna e desertica del
paese, poco o nulla trapela se non che i capi clan della zona aspettano di decidere con quale dei due
campi schierarsi.
Si spara e al tempo stesso si contratta ovunque nel paese fra le
fazioni borghesi che si contendono il potere e fra esse e le potenze imperialiste i cui rispettivi
interessi non è affatto detto coincidano perfettamente, vedi la tradizionale “politica
mediterranea” italiana da Mattei a ...Berlusconi non esattamente in squadra con la strategia
americana.
>>
Gli eventi che incalzano e scuotono tutto il mondo arabo e
musulmano sono di portata storica.
E’ in corso un terremoto sociale e politico che
sgretola il precedente status quo.
Questo sconvolgimento è in profondità originato
dalle convulsioni e dalle esplosive contraddizioni del mercato capitalistico ossia è una
manifestazione, una conseguenza della crisi capitalistica mondiale.
Pensiamo non solo alle
determinazioni economiche immediate che hanno fatto da detonatore –
l’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, l’acuirsi dello stato di
indigenza per larghe fasce sociali, l’intollerabile compressione dei livelli salariali –, ma anche ed insieme al “blocco di
prospettive”, alla “mancanza di futuro” in cui si ritrova una massa enorme di
popolazione giovanile che preme dentro tutti questi paesi.
>>
Dopo i referendum di Pomigliano e Mirafiori
Dopo lo sciopero del 28 gennaio
Quale lotta contro l’attaco di
Chrysler-Fiat
Siamo stati in piazza il 28 gennaio con i lavoratori metalmeccanici (e, per
piccolissime rappresentanze, di altre categorie) mobilitati e in sciopero
contro l’attacco della Fiat e dell’intero fronte
padronal-governativo, oggi diretto contro i lavoratori
dell’auto e dell’industria, ma subito a seguire contro
l’insieme della nostra classe, con i tempi e i modi debiti ma
sicuramente ben oltre gli iniziali limiti aziendali e categoriali dove si è
sferrato il primo – decisivo –
colpo.
La Fiom ha detto e dice NO, diamogliene atto. Con essa un
numero cospicuo di operai hanno rifiutato, a Pomigliano e ancor di più a
Mirafiori, il ricatto padronale e hanno scritto NO sulla scheda. Anche ad
essi si deve dare atto di un gesto di coraggio (beninteso il coraggio di un
voto, sia pure in condizioni del tutto particolari), di non essersi piegati alla
pressione di una propaganda volta a sottometterli alle
“ragioni” del mercato, della concorrenza, della
“modernità”, a un fronte amplissimo di supporters
del marchionnismo (dai finiani neo-alleati in pectore della
“sinistra” per improbabili ribaltoni anti-berlusconiani,
fino alle robuste propaggini tutte interne al partito democratico, con i vari
Fassino, Chiamparino, Veltroni a tirare la volata al manager in
pullover per farla finita una volta per tutte con operai
“retrogadi e conservatori”).
Il clima che abbiamo
respirato nella piazza del 28 è stato certamente di presenza e
partecipazione allo sciopero, soprattutto di preoccupazione per gli sviluppi
dell’attacco lanciato dalla Chrysler-Fiat, ma non anche,
secondo la nostra valutazione, di un convinto orientamento e
posizionamento di lotta su rivendicate trincee di classe, il che non è per noi
un optional snobistico ma semplicemente una necessità perché ci ci
possa reggere sulle proprie gambe nelle tempeste che ci aspettano.
>>
La massa degli antiberluscones
aveva già data per scontata la caduta in parlamento (unico luogo... deputato per
operazioni del genere) del governo Berlusconi, tutti gongolando in anticipo per il lieto evento,
i neociellenisti in fremente attesa di prendere le redini del cambio, l’ ”area
rivoluzionaria” con i debiti scongiuri nei confronti del neo-governo a venire,
decisamente sottoprodiano, ma comunque paghi dell’incasso della fine del
“tiranno”.
Troppo imprudentemente, anche da parte di elementi a noi
contigui, si è recitato l’Ei fu siccome immobile dato il mortal respiro.
Sarà anche vero che si è trattato di una vittoria di Pirro (contro i Pirla) e che lo
stato in cui si trova il nemico pubblico numero uno è alquanto comatoso, comunque il
morto ancora cammina e le condizioni di salute dei suoi avversari sono tutt’altro
che rassicuranti, diciamo pure da olio santo. Non che stia bene in salute, e ne diremo alla fine,
ma, di certo, a tenerlo in vita sono le amorevoli trasfusioni di sangue che gli vengono dagli
“avversari”.
>>
volantone per la manifestazione FIOM del 16 ottobre 2010
Tutti quanti qui, lavoratori e compagni, presenti in questa piazza siamo consapevoli della gravità e della portata dell’aggressione a tutto campo che la classe lavoratrice sta subendo, tanto sul piano sindacale che su quello più generale e politico. Si mira a frantumare le linee di difesa collettive dei lavoratori per sottomettere la nostra classe alle necessità del capitalismo. In balia della universale concorrenza in cui i proletari sono giocati gli uni contro gli altri al di sopra di ogni confine fra territori e Stati di cui il Capitale si fa un baffo, ma entro le cui gabbie divisorie i lavoratori – gli schiavi salariati – dovrebbero restare in eterno inchiodati. >>
E’ utile soffermarsi sui
fatti che Paolo Buchignani ha portato a conoscenza del più ampio pubblico con il testo
“Fascisti rossi – Da Salò al PCI, la storia
sconosciuta di una migrazione politica –
1943-1953” (Milano, Mondadori 1998), e in tre saggi apparsi sui numeri 1 e
3 del 1998 e sul 4 del 1999 della rivista “nuova Storia Contemporanea”
(Roma, Luni Editrice).
In questi testi è documentata la vicenda dei cosiddetti
“fascisti rossi” e dei loro rapporti politici con il Partito Comunista Italiano
nell’immediato secondo dopoguerra.
La “storia ufficiale” del PCI
– e della CGIL, per quanto ad essa compete – ha steso un discreto velo di silenzio sui passaggi storici che
qui richiamiamo. Il che ci obbliga a soffermarci sui fatti, non sufficientemente noti nella loro esatta
portata finanche a moltissimi compagni. Ciò non toglie che la nota che segue non è semplicemente
una (utilissima) ricognizione di carattere storiografico, perché invece vuole essere ed è uno
strumento di battaglia politica che guarda con attenzione al passato perché è direttamente rivolta al
presente e al futuro.
>>
La nostra recente nota sul cosiddetto “comunitarismo” (“Questione nazionale: marxismo e anti-marxismo, rivoluzione e contro-rivoluzione”) ci è valsa una amena replica, su cui non intendiamo soffermarci più di tanto. >>
Da ultimo riceviamo inviti al confronto (supponiamo diretti non a noi in esclusiva ma a uno spettro più ampio di destinatari) e, come è nostra abitudine, rispondiamo pubblicamente sul sito, cercando di andare al merito essenziale dei temi sui quali veniamo sollecitati. >>
“Noi siamo solo un test di
un gioco più grande” hanno detto i sindacalisti greci di fronte alla folla inferocita
dalle cui tasche il governo “socialista” di Atene conta di prelevare quanto necessario
per “salvare la Patria”. Ovverosia, in realtà, per evitare il deflagrare del debito nella
pancia delle banche e del sistema finanziario europeo, per salvare l’Euro-sistema e,
come titolano alcuni giornali italiani, per sventare l’”attacco ai nostri
soldi”.
Hanno, in questo, indubbiamente ragione i sindacalisti di Grecia, ed in
ragione di ciò tanto più stridenti suonano gli stentati e platonici “attestati di
solidarietà” ricevuti dai loro omologhi europei, squallidi italiani compresi.
>>
volumi disponibili, via via in aggiornamento...
Sulla crisi globale
(con documenti sul New Deal)
La concezione
Contributi sulla
della rivoluzione
questione sindacale
in permanenza
(e oltre)
La crisi italiana La supercrisi al dunque finanziaria
Invitiamo i compagni a diffondere il nostro materiale e a segnalarci punti di diffusione
articoli di rilievo
materiali teorici
note
interventi
articoli vari
confronto politico
e–mail:info@nucleocom.org