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GILET GIALLI DI FRANCIA: LA GENTE, LA NOSTRA GENTE, NE HA PIENI I COGLIONI. VIA IL GOVERNO MACRON, VIA IL “GOVERNO DEI RICCHI”. UNA PRIMA SOMMARIA CRONACA POLITICA.

gilet gialli

Nel movimento di autentica rivolta popolare che come goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato innescato dall’imposizione della tassa “ecologica” sul diesel (ennesima tassa: “per il governo siamo come delle vacche da mungere” si dice fra chi fatica ad arrivare a fine mese e ne ha davvero piene le scatole e dunque, vivaddio, si ribella all’insopportabile stato delle cose) c’è, per il momento, una prima data “spartiacque” che marchiamo nella nostra cronaca politica: il 17 di novembre 2018. 

Prima di tale data, il movimento partito dall’iniziativa di alcune donne (fra cui una di colore, capirete subito più oltre il senso della puntualizzazione) che si sono messe a spulciare fra la gragnola di bollette e di relativi aumenti constatando e denunciando che “c’è qualcosa che non va” nell’andazzo delle cose “governato dai ricchi” e personificato dall’odiosa figura del presidente Macron che si tratta di cacciare via, prima di tale data dicevamo, il movimento è stato osservato e marchiato con un misto di supponenza e disprezzo dalla borghesia (dai maitre-à-penser al suo servizio). Un movimento che non è, e non può essere altro, dice la borghesia “illuminata” e “progressista”, che brodo di coltura di massa per la demagogia social-nazionale della Le Pen e delle altre correnti dell’estrema destra. Come il signorotto sapiente, civile, lungimirante che dall’alto guarda in basso lo spregevole e puzzolente popolaccio, rozzo e ignorante al punto di fregarsene dei destini ecologici del mondo ma di badare solo, volgarmente, ai destini delle sue tasche sempre più vuote e ai bassi istinti dettati dal suo stomaco.

(L’iniziativa-innesco primordiale della protesta di queste donne, in qualche modo ci richiama alla mente il ruolo della famosa “cuoca di Lenin”. Cioè la donna di casa che con il suo scrupolo, con il suo semplice criterio razionale è chiamata a far quadrare i conti della famiglia proletaria e che nella nostra prospettiva deve potere verificare, controllare e governare i conti dello Stato! Deve essere messa in grado dal potere di classe, dalla dittatura di classe, di controllare e governare la organizzazione il più possibile “a buon mercato” dello Stato proletario e socialista verso cui tendiamo. Il quale Stato andrà gestito verso, se Dio vuole, la sua estinzione nella futura comunità umana, nella società comunista. Scusate la digressione e chiusa parentesi)

Questo stesso sentimento di fondo veicolato dalla borghesia, questa stessa “analisi” sono stati in un primo momento assunti da tutto l’arco politico-sindacale delle forze di sinistra e del movimento operaio in senso più lato. Dalla potente centrale sindacale “rossa” CGT, al sindacato di base Solidaires, agli ambienti della sinistra bo-bo (come in Francia si dice della merda radical-chic, in senso ampio alla Manifesto per intenderci) e di estrema sinistra, dai gruppi “trotzkisti” che in Francia hanno un loro storico radicamento, fino ai barricadieri della galassia autonoma-anarchica. Per tutti quanti in questo arco di sinistra, fino al 17 novembre, si aveva a che fare con un movimento reazionario e corporativo di padroncini e di classi medie rancorose. Come dice (diceva, fino al 17) la CGT: “una mobilitazione chiaramente di estrema destra” da cui prendere per bene le distanze e che (sottinteso auspicabile) lo Stato democratico, conseguentemente, dovrebbe stroncare a suon di colpi di matraque (manganello). Con l’ormai solito corollario: gilet gialli impestati di razzismo (vedi nota sopra sulla donna di colore), sessismo, “omofobismo”, nazionalismo e chi più vomito ha, più ne vomiti. (corrispondendo e mettendosi alla coda del cliché dettato dall’alta borghesia!) Insomma una moderna Vandea politica e sociale, base di massa pregna e preda della demagogia nazional-sociale della fascista Le Pen.

Ecco il riassunto di tutto ciò fatto dai “trotzkisti” dell’NPA (Nuovo Partito Anticapitalista) dove si spiega perchè tenersi alla larga dalla prima mobilitazione nazionale convocata dai gilet gialli per il 17 novembre: “Questo appello alla mobilitazione è problematico. Intanto perché prima di essere espressione del malcontento popolare esso rappresenta le rivendicazioni dei piccoli padroncini/camionisti che sono in contraddizione con le più elementari misure di prevenzione ecologica. E poi perché attorno a questi appelli “apolitici” rivolti “ai cittadini” si ritrovano i manovratori di estrema destra”… “Non ci si sbaglia standosene alla larga. Come la CGT e Solidaires, sabato 17 novembre noi non mischieremo la nostra collera alle manovre dei padroni e a quelle dell’estrema destra che non è in questa circostanza un alleato ma resta il nostro nemico mortale” (documento NPA del 1° novembre)

I barricadieri della galassia autonoma-anarchica (Cfr. il sito collettore di tale area: “Paris en lutte”) cioè gli spontaneisti cultori del gesto “rivoluzionario” decisivo e di per sé illuminante, sia esso lo sfasciare le vetrine che lo sport di colpire sempre e comunque il gendarme (alla fine di questa cronaca diremo qualcosa a proposito), che nelle grandi città e a Parigi in particolare hanno la forza per infliggere delle punture di spillo alla borghesia, ci aggiungono il sale su questo minestrone: gilet gialli movimento reazionario a cui il sistema liscia il pelo e tratta con i guanti bianchi in fatto di repressione, quando invece a noi, “veri ribelli”, veri antagonisti del sistema, appena possono i CRS (la celere francese) spaccano la testa. Questi compagni barricadieri pensano (in verità pensavano anche loro, fino al 17 novembre) di cavarsela con la sana ironia del tipo: “siamo contro le tasse sulla benzina perché aumenta il costo delle bottiglie molotov!”. Divertente come battuta in effetti. Quanto alle problematiche politiche che ci pone, che pone davanti al Movimento Operaio, la rivolta popolare dei gilet gialli esse stanno tutte davanti a noi, enormi e, per il momento, irrisolte, episodi di sana e sacrosanta violenza proletaria esercitata in piazza e sana ironia situazionista a parte.

Due, nell’ambito del movimento operaio, le parziali eccezioni a questo quadro di “analisi” pre-17 novembre, a quanto ci consta. Una: la France Insoumise del tribuno-trombone Melanchon, populista di sinistra (equiparabile con approssimazione ai nostri di Potere al Popolo con la differenza di superficie, tipica dei nostri cugini d’oltralpe, di una iniezione potente di roboante grandeur tricolor …rivoluzionaria. La rivoluzione a cui questo tribuno-trombone si richiama, e richiama alle folle in lotta, è quella del 1789, della triade liberté-egalité-fraternité, classica triade borghese che sarebbe tradita dai governi sottomessi al liberalismo capitalista. Intorno a questa base politica borghese nazional-“rivoluzionaria” (cioè totalmente controrivoluzionaria) non vi è nessuna differenza sostanziale rispetto alla destra populista e sociale della Le Pen, con cui potrebbe tranquillamente dialogare, e coerenza vorrebbe che si instaurasse un’intesa e – perché no? – una forma di collaborazione governativa “per la salvezza della patria”). L’altra eccezione, per quello che abbiamo potuto capire, è quella del raggruppamento di matrice trotzkista Lutte Ouvrière. Questi compagni molto giustamente ribattono al “senso comune” prevalente a sinistra: “Che la destra e l’estrema destra manovrino per cercare di recuperare la collera sociale contro la politica di Macron è una evidenza. In effetti nessun militante del movimento operaio spera di tirare fuori le castagne dal fuoco per il padronato e farsi strumentalizzare dal suo nemico politico. Ma, invece che disertare il terreno della protesa ciò dovrebbe essere una ragione supplementare per proporre una politica di classe ai lavoratori” (LO, 14/11/18: “17 novembre ne pas laissere le terrain à l’extreme droite”) Siamo totalmente d’accordo con LO ma, proprio sulla necessità sollevata di una politica di classe ci permettiamo qui di seguito di evidenziare “una mancanza” che a noi pare grande come una casa rispetto al movimento in atto, della stessa Lutte Ouvrière.

17 NOVEMBRE, IL MOVIMENTO IMPONE LA SUA AGENDA

La prova di forza, autonoma e spontanea (che i due “pesi massimi” politici populisti di destra e di sinistra ossia la Le Pen da un lato e Melanchon dall’altro, cavalcano nel senso di cercare di spillare consensi elettorali ma che né l’uno né l’altra intendono far radicalizzare in senso extraparlamentare ed “antisistema”, come afferma, mentendo e sapendo di mentire, la propaganda borghese) del 17 novembre spazza via tutte queste pretese “analisi”, questo ciarpame indotto dalla borghesia. Il 17 novembre cambia una prima volta le carte in tavola. In quel sabato, una marea popolare e proletaria si riversa in centinaia di blocchi stradali distribuiti in tutta la Francia, alimenta e “socializza” la lotta, si prende la ribalta della scena politica e sociale nel paese. Goffamente il governo cerca di minimizzare: “solo” 100 mila presenti ai blocchi, dice mentendo e sbavando odio di classe contro i poveracci e i morti di fame che osano sfidare l’ordine istituzionale de la Republique e la sua massima espressione ossia il governo liberamente e democraticamente eletto. In realtà sono 300 mila, tre volte tanto (ma varie fonti parlano di numeri, di presenze attive nella lotta ancora superiori) le presenze attive ai blocchi, incazzate al punto giusto e determinate ad andare fino in fondo non solo per il ritiro di una tassa o di una serie di tasse ma per battersi fino in fondo contro “il governo dei ricchi” che le ha fucinate: Macron démission! Macron en prison! Si segnalano presenti ai blocchi alcune sezioni territoriali della CGT che “alla chetichella” e per così dire “senza dare troppo nell’occhio” contravvengono all’ordine centrale di scuderia che era quello di tenersi alla larga dal …”movimento di estrema destra” cioè di tenersi alla larga dal movimento reale dei ceti popolari e proletari furibondi contro il porco Macron e il suo “governo dei ricchi”.

Attorno al nucleo originario della protesta, certamente scaturito dalla collera di strati piccolo-boghesi e di piccolo-proprietari spennati e tartassati sistematicamente dalle politiche del grande capitale, si coagula nella giornata di lotta di sabato 17 novembre una vastissima umanità schiettamente proletaria che vi porta e innesta la sua enorme sofferenza sociale e la sua altrettanto enorme carica di rabbia e necessità di riscossa sociale.

Pregasi la massima attenzione: non stiamo affatto dicendo che la entrata in scena di una massa proletaria nelle fila dei rivoltosi in gilet giallo “risolva” di per sé le problematiche politiche presenti ed evidenti sin dall’inizio nel movimento. Possa, di per sé, indirizzare per il giusto verso di classe il corso della lotta intrapresa con ardore dai gilet. Sono gli spontaneisti, quelli che magari fino al giorno prima non vedevano o facevano finta di non vedere, a crederlo, non noi. Le cose sono assai più complicate ed implicano la messa in campo di una complessiva politica rivoluzionaria di classe e di una organizzazione politica indipendente di classe, cosa assai ardua che evidentemente non si risolve a colpi per quanto ben assestati di molotov e serie di vetrine infrante, detto ovviamente che al movimento di lotta serve tanto l’esercizio della difesa militante (e certamente non siamo noi ad andarglielo ad insegnare, ci sanno fare benissimo da questo punto di vista), quanto quello dell’offesa e dell’attacco militante di massa, e pure d’avanguardia quando il calcolo e le circostanze complessive lo richiedano, senz’altro.

Il pronunciamento di massa proletario che con il 17 novembre ha innervato il movimento dei gilet gialli, porta con sé, dentro al movimento, anche tutte le tare, tutte le brutture che in tutti questi anni di eclissi della lotta di classe da parte proletaria e di arretramenti subiti dal movimento operaio si sono sedimentate nel proletariato stesso e che le fiamme vivificanti e tonificanti della lotta e dell’urto fisico contro il regime della borghesia non cancellano d’incanto, come per miracolo. La presenza, per esempio, dentro al movimento popolare di lotta dei fascisti e, più in generale e più precisamente, delle loro caratteristiche tematiche social-nazionali non spariscono affatto grazie alla semplice e fisica scesa in campo della classe operaia (che ne è, però, una essenziale premessa e condizione). Se non si è in grado di rispondere e di smantellare politicamente dal punto di vista comunista rivoluzionario la demagogia social-nazionale della destra (come peraltro quella simmetrica social-nazionale di sinistra) è del tutto illusorio credere di cacciare “militarmente” la “peste bruna” dal movimento. Anzi, senza il necessario attrezzamento politico di classe si corre alla fine, ad occhio e croce, il rischio contrario.

A SINISTRA IMBARAZZO ED IMPOTENZA

Dunque, dopo la prova di forza del 17 novembre non è più possibile presentare il movimento dei gilet gialli come quello di una massa reazionaria incollerita e incarognita. Pena sprofondare definitivamente nella merda della conservazione dello status quo, sia pur democratico e costituzionale. Quindi, dopo il 17 novembre, contrordine compagni! Per la direzione della CGT, per il sindacato di base Solidaires, per i “trotzkisti” dell’NPA, per i ribelli dell’area barricadera/anarchica, il movimento dei gilet gialli e le loro rivendicazioni diventano, improvvisamente, “legittimi”.

C’è questa parola, questa formula che tutti, a sinistra, iniziano ad anteporre nei loro documenti: “movimento legittimo”! Come se la massa popolare e proletaria dei gilet, che si è presa le strade e le piazze con la Forza (tanto per dire: i gilet gialli si sono presi “militarmente” sabato 24 novembre il viale dei Campi Elisi, scintillante vetrina della Parigi borghese, in barba al divieto che il governo credeva di imporre) aspettasse il crisma della “legittimità” dai bonzi sindacali della CGT, o dai “rivoluzionari” dell’NPA o dai ribelli anarchici! Si è voluto dire, attraverso questa formula da legulei dell’ordine costituzional-democratico, che il movimento dei gilet pone una serie di rivendicazioni “legittime” cioè giuste e da raccogliere e che, essendo “legittimo”, non va stroncato e represso come ci si aspetta che lo Stato borghese e democratico faccia verso “un movimento di estrema destra” giusta la classificazione data dai bonzi CGT ante-17 novembre.

Dopo che i gilet gialli hanno il 17 novembre conquistato e imposto con la forza …il loro diritto ad essere “legittimi”, si aprono finalmente, anche a sinistra, le orecchie. Allora, improvvisamente, per gli “anticapitalisti” del NPA: “alla collera legittima occorre dare un prolungamento con la messa in azione del movimento operaio… in modo che delle rivendicazioni di classe diano un seguito positivo al movimento, opponendosi a tutte le soluzioni reazionarie”. Allora, improvvisamente, per il sindacato di base Solidaires si tratta di “far convergere le lotte”. Questi compagni sono forse i più onesti nel riconoscere di essersi sbagliati nel valutare il movimento: “tuttavia noi vogliamo un cambiamento di politica, una vera redistribuzione delle ricchezze. … Per noi è una cosa dura da mandare giù (per spiegare il fatto dell’avversione al movimento prima del 17, ndr) i nostri valori sono incompatibili con le parole d’ordine razziste, sessiste e omofobe, con l’estrema destra. Ci opponiamo al neo-liberalismo e rifiutiamo ogni tentativo di utilizzo politico delle mobilitazioni”. (Per quello che ci è dato di conoscere vi erano stati degli episodi “brutti”, per esempio contro alcune donne col velo, espressi nelle lotte dei gilet ed amplificati dai media borghesi – vedi le stringate cronache dei nostri radical-chic alla Manifesto  – ma si è trattato di episodi, spregevoli certamente, assolutamente marginali)

“Rifiutiamo ogni tentativo di utilizzo politico…” dice Solidaires: come se mai fosse possibile che un qualsiasi autentico movimento di lotta sociale non avesse la necessità di un “utilizzo politico”, fosse mai possibile separare il piano delle rivendicazioni “sindacali” dal piano politico complessivo. Il discorso di questi compagni “sindacalisti di base” è evidentemente debole, difensivo. Rivela la difficoltà e l’imbarazzo di stare, con le proprie gambe e con la propria prospettiva politica, dentro al movimento popolare di lotta: che significa essere contrari ad ogni “utilizzo politico” del movimento? Noi vogliamo invece che la gente, che la nostra gente in lotta faccia politica! Che nel movimento si imponga una politica, la nostra, quella rivoluzionaria e di classe e non quella controrivoluzionaria degli altri, controrivoluzionari di destra e di sinistra. Tanto più che lo stesso movimento dei gilet gialli quasi antepone la rivendicazione politica (via il governo Macron!) – e che rivendicazione politica! Cacciamo in piazza il governo “dei ricchi”! – alle rivendicazioni “sindacali” immediate (via le tasse). Dire che si è “contrari a ogni utilizzo politico” del movimento non significa nulla, o meglio significa sancire la propria impotenza complessiva nel tentare di rispondere alla domanda politica posta dal movimento spontaneo (il quale, paradossalmente da questo punto di vista, è “più avanzato” delle sue …”avanguardie” di estrema sinistra che vorrebbero limitarlo al piano delle rivendicazioni economiche, eludendo nei fatti la scottante materia politica) e lasciare campo libero alle “soluzioni” politiche degli altri, siano esse la politica controrivoluzionaria del trombone-tribuno populista di sinistra Melanchon ovvero la politica controrivoluzionaria del social-nazionalismo di destra.

Dopo la prova di forza popolare e proletaria del 17 novembre sono soprattutto i bonzi dei vertici CGT ad essere in profondo imbarazzo. Se ne escono proponendo ai gilet gialli di far confluire il loro movimento dentro alla piattaforma rivendicativa nel frattempo riveduta ed aggiornata dalla potente centrale sindacale “rossa” che comunque rifiuta di far convergere e unificare le forze nella seconda giornata nazionale di lotta, con manifestazione centrale nella capitale Parigi, indetta dai gilet per il 24 novembre. I bonzi sindacali “rossi” in sostanza “aprono” ai gilet nel senso di dire: bene amici col gilet siete diventati “legittimi” lo riconosciamo. Siamo per dirvi che noi abbiamo la struttura potente e la piattaforma rivendicativa più adeguata anche alle vostre giuste istanze. Mettetevi in coda al nostro sindacato! Quanto alla domanda politica posta dai gilet (via il “governo dei ricchi”), silenzio assoluto.

Si dirà che non è compito del sindacato quello “di fare politica”. Ma ciò è falso, il sindacato e tanto più la potente centrale “rossa”, come qualunque altra centrale sindacale, collega sempre ad una determinata politica complessiva (che è quella “riformista” inflessibilmente legata all’interesse generale del capitalismo nazionale) il suo piano, la sua piattaforma di rivendicazioni economiche. La CGT faceva politica quando bollava i gilet gialli come “movimento reazionario” e impartiva l’ordine ai suoi militanti di starne alla larga. La CGT fa politica quando rifiuta di mettere la sua forza organizzata per strappare la “rivendicazione suprema” posta innanzi dai gilet ossia quella di cacciare – di cacciare in piazza con la forza, per via extraparlamentare – il porco Macron e il suo governo “dei ricchi” cioè far cadere con la forza della piazza popolare e proletaria il governo del Capitale.

Meglio tardi che mai, si potrebbe dire. Ma qui è utile fermarsi e chiamare ad una riflessione (che vale per il movimento di classe francese quanto per noi, qui in Italia). Lasciando stare i bonzi dei vertici sindacali CGT i quali, per quanto “battaglieri” rispetto agli zombi nostrani vertici CGIL, agiscono come organi dello Stato il cui sommo scopo è la preservazione del complessivo ordine borghese e che in quanto tali tentano di soffocare sul nascere, finché possibile, ogni manifestazione di reale perturbazione sociale che essi ben “fiutano” nell’aria, ma come è stato possibile che l’intera area dell’estrema sinistra (con la lodevole eccezione di LO di cui abbiamo detto e di cui diremo) non si accorgesse dell’enorme sofferenza popolare e proletaria che ha trovato espressione dove ha potuto, cioè nei gilet gialli? Come è stato possibile che questa intera area di “sinistra radicale” cadesse intortata nelle “analisi” propalate dalla borghesia, perlomeno sino alla prova di forza del 17 novembre quando è stato impossibile non vedere o far finta di non vedere? E soprattutto, le due cose sono collegate, come mai l’autentica ed enorme sofferenza sociale degli strati popolari profondi di Francia e del proletariato francese non ha ritenuto di bussare alle porte della potente centrale sindacale CGT o del sindacato “alternativo di base”, e nemmeno a quelle nostre più piccole e modeste, quelle degli “anticapitalisti” del NPA o dei compagni di Lutte Ouvrière?

A nostro avviso questo fatto segnala come questa intera area di “sinistra radicale antagonista” è intimamente estranea, fisicamente e psicologicamente, alla sofferenza sociale degli strati popolari e del proletariato francesi ed è immersa invece nell’atmosfera borghese, da cui il sostanziale accodamento all’agenda dettata dalla borghesia (così come qui da noi, ad esempio, il comune “sentimento di sinistra” considera alla stregua più o meno di bovini la larga fetta di proletari italiani attratti e caduti preda della nefasta influenza leghista). E ne è ricambiata. Il proletariato francese “sente”, avverte che la sua profonda sofferenza sociale non trova e non può trovare accoglienza alcuna, nel senso di un reale cambiamento delle cose, cioè del loro ribaltamento, né nei bonzi vertici CGT né nei “radicali di sinistra”. “Sente”, avverte, che nessuna seria e reale lotta sociale contro il governo e la cappa oppressiva che ci soffoca può essere condotta, radicalmente e fino in fondo dalla sinistra, quella “estrema” compresa.

Avverte, ed anche in questo la sua intuizione è profondamente giusta e vera, che questi ambienti, perfino quelli “radicali di sinistra”, non sono minimamente preparati, né vogliono una reale rottura rivoluzionaria nella società. Che sono in realtà una rotella per quanto “alternativa” e “contestatrice” del presente sistema, sono una reale forza di conservazione del presente capitalistico stato delle cose, democratico e costituzionale. Un ordine, una atmosfera democratica e costituzionale, che asfissia ogni slancio volto al reale cambiamento. Un ordine, una atmosfera che debbono essere infranti da qualsiasi cosa di vivo e vitale che nella società venga alla luce. La sinistra e l’estrema sinistra, compresa l’area barricadiera, sono invece imbevuti fino al midollo di spirito di conservazione democratico e costituzionale. Tutto questo è “sentito”, è avvertito in profondità dal proletariato, il quale spontaneamente cerca altrove la sua strada, dall’abisso in cui è sprofondato. Lo fa come può, dove può. Rischiando certamente, in questo suo risollevarsi sulle ginocchia, di cadere dalla padella alla brace. Dalla storica padella del “riformismo progressista” in cui è stato per bene rosolato e conciato fino ai nostri giorni, alla brace che gli si presenta come “alternativa al sistema” sotto le spoglie dei ridicoli (in quanto “alternativi”) populisti di destra quanto di sinistra.

Prima di venire al cuore, alla materia ostica, di questo nostro resoconto politico sugli avvenimenti francesi in corso, diamo conto della cronaca, fatta da compagni di area barricadiera autonomo/anarchica, della seconda giornata di lotta nazionale convocata dai gilet per il 24 novembre (seconda giornata nazionale di lotta in cui ancora il grosso delle forze di sinistra si è ben guardato dallo scendere in piazza, lasciando soli e… mal accompagnati i gilet gialli). Giornata in cui essi, violando le disposizioni governative, si sono presi “militarmente” il viale dei Campi Elisi a Parigi tenendo in scacco per ore e ore le forze di polizia in gran numero mobilitate per scongiurare che la collera popolare e proletaria arrivi a penetrare fino al palazzo presidenziale dell’Eliseo.

Intanto questi compagni, “osservatori” dall’interno della dimostrazione parigina, prendendo atto del carattere spontaneo e rabbioso della protesta fanno una osservazione assai intelligente, politicamente assai intelligente: “nessuna delle luccicanti vetrine sui Campi Elisi è stata sfasciata perché i rivoltosi hanno trovato da altre parti il materiale con cui erigere le barricate”. Considerazione non di poco conto provenendo da compagni di “area barricadiera” che generalmente ritengono la forma che la lotta assume (distruzione dei simboli del potere, scontro fisico coi gendarmi…) come prevalente sulla sostanza (la crescita di coscienza e di forza complessiva dell’insieme del movimento che può anche prevedere l’autolimitazione dell’uso della violenza di classe). Ci si sarebbe potuto aspettare che questi compagni di area “ribelle/barricadiera” dalla constatazione che le luccicanti vetrine dei Campi Elisi sono uscite intatte dopo ore di battaglia di strada il 24 novembre, traessero “la prova provata” del …carattere riformista o peggio dei gilet gialli. Ed invece… onore all’intelligenza politica dimostrata da questi compagni “osservatori”!

Vediamo cosa ci riportano dall’interno della manifestazione del 24 novembre: “Politicamente la piazza era inclassificabile. C’erano i fascisti, innegabilmente, ed erano organizzati. C’erano pure gruppi autonomi di sinistra ma assai meno organizzati, assai meno identificabili. Un gruppo di compagni ferrovieri. L’insieme restava molto fluido, le parole d’ordine andavano da ‘polizia stai con noi’ a ‘polizia assassina’. Mai visto tante barricate e scontri con la polizia. Ogni 200 metri si formavano grandi barricate. L’insieme era spontaneo, la gente agiva a ruota libera. Se c’è mancato qualcosa era che ci voleva più gente in piazza e degli obiettivi più precisi. (magari si trattasse solo e semplicemente di questa “mancanza”! nn.) La CGT e l’insieme delle organizzazioni del movimento operaio sono davanti alle loro responsabilità: chiamare il più presto allo sciopero generale o tagliarsi fuori definitivamente da larghe fette delle società. Ci si gioca qualche cosa che può prendere una piega tragica se questo movimento non si massifica su delle basi di classe”.

Esattamente così! Con l’aggiunta che non si tratta “solo” e “semplicemente” della convocazione dello sciopero generale poiché anche questo potente mezzo può non essere sufficiente e risolutivo laddove diretto e gestito, come certamente sarà qualora la CGT si decida a convocarlo, come sfogatoio della collera sociale. E qui veniamo al cuore, alla materia ostica.


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E ADESSO CHE FARE?

Strappata e imposta con la forza la propria “legittimità”, il movimento dei gilet gialli pone innanzi la somma rivendicazione politica: via il governo “dei ricchi”, via questo governo del Capitale! Ebbene, di fronte a questa domanda politica abbiamo che tutte le forze della sinistra e dell’estrema sinistra, compresi i compagni di Lutte Ouvrière (che per questo motivo ci permettiamo di criticare) la eludono, la schivano.

Tutti quanti ora si propongono ai gilet gialli con la loro tavola, con la loro più avanzata e radicale piattaforma rivendicativa. L.O., come tutti gli altri, ha la sua di piattaforma (scala mobile, aumenti salariali ecc. ecc. tutte rivendicazioni sacrosante…) con cui “entrare nel movimento” e tentare di “prenderne la direzione”. Nessuno, nemmeno L.O., però raccoglie e rilancia l’istanza di lotta politica racchiusa dalla parola d’ordine “Macron demission” sorta spontaneamente dal fuoco della lotta. Questa patata (politica) è effettivamente bollente e scottante, non ce lo nascondiamo. Tanto più scottante che l’intensità e la forza di attrazione del movimento pongono realisticamente, concretamente nei fatti la possibilità di buttare giù il governo con la spallata di piazza. Per metterci che cosa? Per sostituire il porco Macron con che altro tipo di governo? Nessuno lo sa!

Ripetiamo, la materia è bruciante e complicata e certamente non si risolve nella semplice risposta di organizzare e massificare la violenza proletaria di piazza che è il modo di “fare politica” proprio dell’ala barricadiera autonomo/anarchica (espressosi nella terza giornata nazionale di lotta di sabato 1° dicembre, in particolare nella battaglia campale di Parigi dove i simboli del potere borghese, dalle auto e negozi di lusso, agli sportelli delle banche ecc. sono stati in gran numero distrutti e dati alle fiamme).

Le uniche forze che raccolgono e tentano di rispondere alla domanda politica posta innanzi dai gilet gialli sono i due poli “populisti”, Le Pen da un lato, il tribuno-trombone Melanchon dall’altro (che come abbiamo accennato potrebbero benissimo non solo “dialogare” ma, noi ce lo augureremmo, proporre una comune intesa politica di “salvezza nazionale”, giacché la comune piattaforma su cui si drizzano questi due poli politici “opposti” è la preservazione degli interessi della patria francese, del popolo francese cioè del capitalismo nazionale francese).

Entrambi cavalcano il movimento, entrambi nella maniera più assoluta paventano e temono una sua radicalizzazione ed entrambi propongono ad esso l’uscita politica di sicurezza ossia la richiesta di elezioni anticipate da cui ciascuno conta e si ripromette di ricavare una messe di voti. Per entrambi i poli politici “opposti” cavalcatori della tigre si tratta di scongiurare qualsiasi via d’uscita extraparlamentare, ma di incanalare e governare il movimento dentro il quadro della “dialettica democratica e istituzionale”. Elezioni politiche anticipate, come risposta politica buona intanto per far calmare gli animi della piazza e farne poi sfogare la rabbia nelle “libere elezioni”.

L’eventuale ricorso d’urgenza alle elezioni anticipate, alla “libera espressione democratica”, alla “libera conta dei voti” equivale in queste circostanze al tentativo di mettere la museruola istituzionale al movimento di lotta. Equivale ad una iniezione di sedativo cui si ricorre per stroncare la febbre della lotta sociale di classe: democrazia borghese = asfissia della lotta di classe.

Il dato di fatto evidente che la nostra soluzione politica risolutiva – ossia l’instaurazione della Comune, il potere di classe, il potere ai soviet, la dittatura del proletariato;– certamente “non sia di questo mondo” nelle presenti condizioni non significa che l’avanguardia organizzata di classe non debba apertamente dichiarare e manifestare questa sua prospettiva politica e debba rassegnarsi a chinare la testa lasciando l’iniziativa, sul terreno della lotta politica, al “realismo”, al preteso realismo delle soluzioni “concretamente praticabili” cioè quelle proposte dal riformismo social-nazionale nelle sue varie declinazioni e mascherature.

Nel concreto significa che l’avanguardia politica rivoluzionaria non deve svicolare di fronte al problema politico posto, per quanto esso sia effettivamente enorme. Occorre riprendere in pieno e rilanciare con quanto più vigore possibile la spontanea rivendicazione politica posta dai gilet gialli: “buttiamo giù! per via extraparlamentare il governo. Lo possiamo concretamente fare coinvolgendo nella lotta l’insieme della classe lavoratrice e tutti gli oppressi di questa infame società di classe. Non facciamoci dividere ed ingannare dai diversivi e dalle manovre istituzionali come è per la richiesta di elezioni anticipate”.

Allo stesso tempo, onestamente e realisticamente riconosciamo che se in potenza abbiamo la forza per cacciare via questo governo, non altrettanta forza complessiva abbiamo per instaurare il nostro governo, il nostro potere sull’intera società. Onestamente ed obiettivamente riconosciamo che il governo che verrà, sarà comunque, in una forma o nell’altra, il governo di classe della borghesia. Sarà comunque, in una forma o nell’altra “il governo dei ricchi”. Questa onesta ed obiettiva dichiarazione non significa che la lotta arditamente intrapresa è vana, è inutile. Al contrario, è fondamentale che il prossimo governo della borghesia, qualsiasi forma politica esso prenda, abbia il fiato della mobilitazione popolare sul collo e non sia instaurato previa smobilitazione e divisione del fronte sociale di lotta.

Il movimento che ha strappato e conquistato con la forza la sua “legittimità” deve, dovrà, poter esprimere i suoi propri organi autonomi, indipendenti dalle istituzioni statali attraverso i quali controllare il governo della borghesia, attraverso i quali poter ficcare il naso nei famosi “conti dello Stato” sul cui ruotare di numeri e percentuali la borghesia stessa quotidianamente tenta di rincretinirci. L’umile pensionato, il semplice lavoratore, la semplice donna di cassa (la cuoca di Lenin! vedi sopra) devono poter controllare e ficcare il naso, attraverso un loro organismo indipendente, nei conti e nei segreti dello Stato. Verificando direttamente che il preteso “Stato di tutti” è in realtà lo Stato “dei ricchi”, lo Stato della borghesia di cui i comunisti si prefiggono apertamente il rovesciamento, la distruzione.

Attorno ad un simile schema a noi sembra che un’organizzazione rivoluzionaria di classe possa incardinare quella impellente risposta politica reclamata dalla straordinaria lotta dei gilet gialli. Apprendiamo mentre stendiamo queste note dalle ultime agenzie che il governo Macron ha offerto il ritiro dei provvedimenti scatenanti la rivolta. Sembra che i gilet abbiano risposto picche, rilanciando la mobilitazione per una quarta giornata di lotta nazionale, determinati ad andare fino in fondo cioè fino alla caduta del governo.

La lutte continue! La posta in gioco si alza sempre di più. Come hanno scritto i compagni: “ci si gioca qualche cosa che può prendere una piega tragica se…”

P.S.

Come richiamato all’inizio a proposito di gendarmi, polizia ecc. del braccio armato cioè di cui si serve il potere di classe della borghesia per tenere a bada gli oppressi. La borghesia francese non ama, fra le altre cose su cui è utile serbare il silenzio, citare “certi numeri”. Di cui noi invece vogliamo dare conto e dire alcune cose in merito. Parliamo dei 127 casi di suicidio fra i poliziotti registrati nel 2017. “Numeri” che indicano quanto sia acuta e profonda la crisi sociale nel paese.

Non ci rallegra questa triste e amara contabilità frutto della presente disumana società di classe. Oggettivamente è il prezzo che la borghesia paga o meglio è il prezzo che essa fa pagare ai suoi servitori armati per mantenere il suo ordine, il suo potere di classe.

E’ un indice del profondo disagio penetrato persino negli strati bassi, nella manovalanza delle cosiddette “forze dell’ordine” le quali avvertono l’avversione e il disprezzo che circonda (e contrasta materialmente, nelle banlieu e non solo lì) il loro lavoro al servizio della borghesia. In qualche modo sono coscienti di svolgere uno sporco lavoro per conto “di altri” cioè per conto dei borghesi. Basta solo girare per qualche ora in qualsiasi banlieu per rendersi conto fisicamente, per respirare l’atmosfera di oppressione che vi regna, nella quale il flic, il gendarme diventa necessariamente il bersaglio degli oppressi.

Cosa ci preme di dire? Che l’organizzazione rivoluzionaria di classe nel mentre rivendica tutti i mezzi necessari, di difesa e di attacco, con cui tenere la piazza deve avere l’intelligenza di cogliere e di amplificare tutti i segni di disagio e di frustrazione che si diffondono dietro e dentro le linee nemiche. Deve prefiggersi, per quanto possibile, di lanciare il suo messaggio di classe persino fra le linee degli uomini in divisa.

8 dicembre 2018