NUCLEO COMUNISTA INTERNAZIONALISTA
Destra e "sinistra"
convergono anche
su questo momento
del "passato"...
Perché?
E con quale
scopo politico futuro?
INDICE
“GIORNO DELLA MEMORIA” E SMEMORATEZZE
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pag. 2
(febbraio 2008)
SI RIAPRE IL CAPITOLO-FOIBE: E' ALTRO CONCIME PER
IL NAZIONALISMO E L'ANTICOMUNISMO
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pag. 3
Cosa andiamo a fare – Come andiamo a farlo
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pag. 5
(Che fare N. 40 - settembre / ottobre 1996)
FOIBE: "ANCORA TU..."
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pag. 6
Storia vera e storia mistificata
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pag. 6
"Scoop" e scopi
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pag. 7
Velleità imperialistiche con muscoli da strapazzo
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pag. 8
Il nostro punto di vista, non storiografico
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pag. 8
Il dovere della scuola borghese: educare all’anti-comunismo
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pag. 9
Epurare
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pag. 10
L'Italia fascista "infoibava" anche in tempo di pace. Nessuno lo ricorda.
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pag. 11
(Che fare N. 42 - marzo / aprile 1997)
VIA RASELLA, FOSSE ARDEATINE, PORZUS... ANCORA SUL TEMA:
O RESISTENZA, O RIVOLUZIONE
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pag. 12
Il tipo-Osoppo
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pag. 14
(Che fare N. 44 - settembre / ottobre 1997)
LIBRI DI TESTO: CENSURE E AUTOCENSURE
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pag. 15
(Che fare N. 54 - febbraio / marzo 2001)
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“GIORNO DELLA MEMORIA”
E SMEMORATEZZE
Non commentiamo le parole di Napolitano per il giorno della memoria riservato alle “vittime delle
foibe e dell’esodo”, anche perché, con laria che tira, una nostra critica potrebbe incappare, chissà,
nell’accusa di “attentato allo Stato”, a meno che lo Stato non intendesse invece darci la possibilità di con-
vertirci ai suoi valori (com’è accaduto anche allo stesso Napolitano –si vedano le annate dellUnità dei
tempi “bui”, quando sul tema si affermavano tutt’altre cose!-).
Ci limitiamo perciò ad una severa critica del titoismo. Quel sistema, infatti, pur avendone tutti i titoli,
non ha mai istituito un proprio giorno della memoria per le vittime dell’oppressione razzista antislava,
cominciata entro i nostri italici confini g nel periodo liberale ad opera di ardenti nazionalisti, continuata
ed incrudita poi dal fascismo (erede legittimo di quel nazionalismo “democratico-liberale”), mostruosa-
mente esplosa durante la seconda guerra mondiale con occupazioni, devastazioni, internamenti in lager
italiani con morti a raffica per fame e sofferenze inflitte ai “barbari slavi” (celebre la reprimenda ai re-
sponsabili militari e civili italiani addetti alla bisogna: “Si ammazza troppo poco!”) e con l’aggiunta
dell’opera tristemente famosa del quisling Pavelic, nostro prezioso alleato, benedettissimo dalla Chiesa
Cattolica tanto italiana che croata. C’era e ci sarebbe tutto il necessario per denunziare un genocidio effet-
tivo consumatosi ai danni delle popolazioni jugoslave. Solo che il borghese popolare Tito non ne ha mai
addossato le colpe ad altri popoli, bensì a precisi regimi oppressivi e, su questa base, la sua “lotta di libe-
razione nazionale” (certamente nazionalistica quanto basta!) aveva saputo raccogliere accanto ai resistenti
jugoslavi le energie e gli entusiasmi “antifascistidi tanti italianissimi e persino di molti tedeschi sotto il
motto “Morte al fascismo! Libertà ai popoli!”. Quanto al “genocidiodelle foibe esiste ormai, ben oltre a
ciò che noi stessi abbiamo scritto, una vasta bibliografia che smentisce tale bufala mentre sul tema
dell’esodo dall’Istria va rilevato come il fenomeno sia scoppiato in seguito a due opposte e concomitanti
spinte in tempi abbondantemente successivi al ’45: la pressione su tali popolazioni da parte dei governi
democristi italiani e quella dello stalinismo italiano che nel ’48, in ubbidienza a Stalin ed al proprio ruolo
di forza “nazionale”, rompeva violentemente col “fascista” Tito invitando i “connazionali” a fuggire da
quell’”inferno”.
Che effetto possono fare le parole di Napolitano alla gente (ex)jugoslava, non più “titoista”, ma non
immemore della propria storia? Usiamo un paragone suggeritoci suggestivamente da una compagna:
l’effetto che potrebbe provare una donna violentata qualora il suo violentatore non solo venisse assolto,
tra il giubilo dei suoi sodali, ma essa stessa venisse posta a sua volta sotto accusa per aver provocato”
l’onest’uomo. I “deboli” sono sempre colpevoli, e i soli colpevoli, per definizione.
12 febbraio 2008
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SI RIAPRE IL CAPITOLO-FOIBE:
E' ALTRO CONCIME
PER IL NAZIONALISMO
E L'ANTICOMUNISMO
Il post-PCI non finirà mai di stupire. Il 20 settembre di quest’anno la dirigenza triestina del PDS annuncia coram po-
pulo che va riaperto il capitolo delle foibe "titoiste" ai danni della "popolazione" italiana. Per troppo tempo, si dice, su di esso
la sinistra ha steso un velo di prudente, omertoso silenzio, col risultato di lasciarne la gestione ai circoli nazionalistici ed irre-
dentistici locali; è giunto, ora, il momento di riappropriarsene per... battere la concorrenza di destra. Perché le foibe furono
un’azione anti-italiana, cioè contro lo stato italiano (quello di sempre, fascista, ciellenista, democristo ed ulivoide; mutino pure
le insegne politiche, la nostra Patria è una!), ed essa va imputata ad un cieco livore nazionalista (il nazionalismo altrui è sem-
pre una brutta cosa) coperto o fomentato da un’ideologia totalitaria (quella del "comunismo" di Tito). Il PDS, in quanto arci-
italiano ed arci-anticomunista deve rispolverare la questione-foibe per dimostrare sino a qual punto abbia tutte le carte in rego-
la in materia.
Con un sol colpo di spugna vengono cancellate non solo le mille voci della precedente bibliografia picista contro le
"ignobili speculazioni della destra" a difesa dell’immacolata resistenza comune italo-jugoslava, ma tutto il concreto passato in
ciò speso. Per fortuna, i Togliatti sono morti ed il codice penale, si sa, stabilisce che la morte del reo estingue il reato, col che
ci si toglie il disturbo di azioni penali -autopromosse?- contro i propri (ex) "gloriosi capi". I sopravviventi della vecchia guar-
dia compromessa con gli infoibatori sono dei tenentini di mezza tacca, dei Priebke, cui si può anche applicare la grazia.
D’altronde, anche il post-MSI di Trieste non solleva in merito problemi di sorta dichiarandosi, per bocca della camicia nera
Morelli, pago del fatto che il PDS si sia portato sul suo terreno di sempre e, casomai, chiedendogli di dimostrarsi in ciò conse-
quenziale con la rivendicazione dei diritti italiani sull’Istria e dintorni strappatici dagli "infoibatori". Slavi e comunisti (quasi
un sinonimo): brutte bestie, anche il PDS lo riconosce; un alleato in più -chi mai se lo sarebbe immaginato?!- sotto le bandiere
di una Patria cui vanno stretti gli attuali confini.
Due parole nostre sulla questione.
Il fascismo mussoliniano, una volta giunto al potere, aveva sempre trattato relativamente coi guanti i propri oppositori
connazionali e lo stesso Tribunale Speciale, una volta comminate pene severissime, lasciava poi adito a successivi atti di cle-
menza sparsi a piene mani salvo che ai (pochi) comunisti irriducibili. Ma nei confronti delle popolazioni slave il fascismo si
comportò sin dall’inizio da feroce aguzzino, da colonizzatore sprezzante e feroce. Per gli oppositori slavo-comunisti non ci fu
solo il carcere; ci furono i plotoni di esecuzione. Le terre appartenenti alle popolazioni slave furono sottoposte al controllo di
una massa di burocrati occhiuti, magistrati e poliziotti inesorabili. Con la guerra l’occupazione militare italiana si estese sino
alla "provincia (italianissima) di Lubiana". La popolazione slava fu ridotta, senza bisogno di foibe, di due milioni di unità -dai
camerati tedeschi in primo luogo?, in ogni caso da camerati e, comunque, anche l’Italia seppe fare la sua parte!-.
Perciò l’odio contro quest’oppressione non poteva dirigersi soltanto contro la sovrastruttura fascista, ma contro
l’oppressore italiano.Questo era quello che, inevitabilmente, sentiva l’operaio, il contadino, l’intellettuale, il piccolo-borghese,
persino il prete slavo.
Non era (non sarebbe stato) un dato conclusivo: la permanenza di un movimento comunista in Italia e nel mondo ca-
pace di sollevare la questione dei "diritti nazionali" negati alle popolazioni slave, di mostrarne il nesso con la causa
dell’emancipazione proletaria mondiale, di legare concretamente nella lotta emancipatrice le diverse frazioni proletarie nazio-
nali del proletariato e degli sfruttati avrebbe stroncato sul nascere ogni velleità della borghesia nazionale jugoslava di volgere
ai propri fini una "lotta di liberazione" entro i propri confini e per essi soltanto.
Così non fu. Cancellate ed infangate le tradizioni di lotta classista plurinazionale del passato (e della quale proprio la
"regione giuliana" aveva offerto le migliori prove), ai singoli partiti "comunisti" ed ai singoli fronti nazionali di resistenza fu
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dato in consegna di battere ciascuno la propria via nazionale. Non era una semplice frammentazione per dividersi meglio il la-
voro "comune", ma il sovvertimento dei principi stessi del comunismo. Anche con armi alla mano e garrire di bandiere rosse
con tanto di falce e martello, si era chiamati ad una lotta borghese, tanto in Italia quanto in Jugoslavia, per quanto in
quest’ultima (come più volte abbiamo detto) con motivi "risorgimentalistici" storicamente non del tutto ingiustificati -ove si
guardi alla realtà jugoslavia chiusa in sé stessa- e con una partecipazione attiva delle classi oppresse che non si limitava ad agi-
re da semplice supporto agli indirizzi della (latitante) grande borghesia nazionale.
Il PCI e le sue formazioni partigiane si trovarono, per forza di cose, a stretto contatto con il partito di Tito e le sue -
vere- armate partigiane. Lottarono anche insieme, sino al punto che i "garibaldini" picisti si sottoposero militarmente, in zone e
situazioni cruciali, alla direzione armata e politica titoista. Tuttavia, questa "lotta comune" doveva essere tale, nelle intenzioni
del PCI, solo in quanto comune interesse a far fuori il nemico nazi-fascista per poi vedersela ciascuno in casa propria a seconda
dei propri interessi nazionali. Trieste non tardò a diventare l’emblema vivente di questa contraddizione: la Jugoslavia di Tito la
reclamava per ed altrettanto faceva l’Italia di Palmiro; non c’era, a volerla, nessuna Internazionale del proletariato. Coper
l’Istria e la Dalmazia.
I "migliori", se copotessimo dire, tra i militanti "comunisti" italiani si schierarono, in nome di un internazionalismo
ridotto a caricatura, con Tito perché in Jugoslavia vinceva la "rivoluzione socialista" ed essa, quindi, era la "vera patria" dei
lavoratori. Si fosse vinto anche in Italia, non ci sarebbe stato alcun problema di confini statali, ma avremmo assistito
all’allargamento del "mondo socialista" (sotto l’ala del grande padre Stalin). Questa forma corrotta di internazionalismo, s’è
visto, non poteva concludersi che nel rivendicazionismo nazionalistico e statalista di Tito. Nulla di buono per noi.
In questa situazione di totale sbandamento, anche bande partigiane titoiste fuori controllo si diedero alla caccia
all’italiano in quanto tale, sia pure in minima misura. Una maggior parte di responsabilità va agli elementi apertamente nazio-
nalistici (e sciovinistici anche, sia pure di un "sciovinismo degli oppressi") convogliatisi nel fronte titino -in ogni fronte inter-
classista del genere, il controllore finisce per essere controllato...-. Ma il maggior numero delle vittime si registrò nella ventina
di giorni succeduti all’8 settembre in seguito ad una spontanea insurrezione slava in Istria che "sembra assumere nei primi
momenti la connotazione di una rivolta contadina, e come tale comportò episodi violenti ed improvvisi di uccisioni e giustizie
"fatte da sé" ai danni di coloro che ci si era abituati a considerare i "padroni", cioè i fascisti e gli italiani. Ma è chiaro che questi
fatti costituirono la "risposta" alla ventennale politica di sopraffazione e di snazionalizzazione del regime fascista". (Così Cri-
stiana Colummi nel recente Storia di un esodo, Trieste, 1980: e chissà che oggi non debba ritrattare!). Il movimento partigiano
di Tito c’entrò poco o nulla. E le vittime, stando ad un calcolo di un opuscolo ultranazionalista italiano del ’45, assommarono a
600 circa: da confrontare coi due milioni di morti jugoslavi sopra terra!
Nelle foibe caddero -in stragrande maggioranza- grandi e piccoli manutengoli del fascismo, ma anche "cittadini inno-
centi", è fuor di dubbio. E’ noto che per noi in una guerra non ci sono innocenti, ma c’è chi si schiera da una parte e chi dalla
parte opposta; non schierarsi non assicura alcun lasciapassare. Non attribuiamo a crimine dei titoisti, per la parte che ebbero
nella faccenda, aver applicato questa ferrea regola, ma il contenuto nazionalista borghese cui essa ubbidiva. Ma, in ogni caso,
la responsabilità prima dei "crimini anti-italiani" che ciò ha comportato va a quell’assenza e negazione dell’internazionalismo
che, per usare dei nomi, ascriviamo a Stalin e, giù giù, ai Togliatti ed anche ai Tito. Intendiamoci, dunque: la rivolta spontanea
dei contadini slavi istriani era sacrosanta; non è stato sacrosanto l’indirizzo che ad essi si è, semmai, lasciato prendere, e ciò
prescindendo dal numero delle vittime (che, come abbiam visto, costituiscono una goccia rapportata all’oceano di quelle sla-
ve).
Quello che è paradossale è che da parte del PDS, tuttora "erede della Resistenza", fino a prossime riconversioni, si
rimproveri ai titoisti di aver agito contro gli italiani "in quanto tali" quando ai partigiani italiani si chiedeva di fare esattamente
la stessa cosa contro i tedeschi "in quanto tali" (riconosciamo perlomeno a Tito di non aver rifiutato, e di aver anzi ricercato, la
collaborazione politica ed armata degli elementi "progressisti" italiani, sia pure per i fini che s’è detto, e che nulla hanno a che
spartire col comunismo). Erano occupatori in Italia i tedeschi? E coserano, di grazia, gli italiani in Jugoslavia, se vogliamo ra-
gionare su questo piano nazionalista-borghese?
Ma è evidente che per il PDS di oggi, al pari di ogni altro schieramento "patriottico", l’Italiano per definizione non è
mai un occupatore, ma un... esportatore di civiltà, specie se ci son di mezzo slavi e comunisti. Perciò si riscoprono oggi le foi-
be, per rivantare i diritti storici che l’Italia dovrebbe di nuovo rivendicare di fronte ai "selvaggi" slavi. Benito, più decentemen-
te, osava dire. i nostri diritti imperiali.
Nel suo discorso d’insediamento alla presidenza della Camera Violante scoprì che, in fondo, partigiani e repubblichi-
ni, siamo tutti italiani e, se si è combattuto su opposte barricate, lo scopo ideale era per entrambi lo stesso: la Patria. E’ un ac-
cidenti che tra le due parti non si sia realizzata allora una comunanza di fronte. Oggi è possibile e doveroso farlo. Pacificazio-
ne. Sì, tutti pacificati sotto la bandiera nazionale, sotto la bandiera di un patrio capitalismo cui si augurano nuovi "posti al so-
le".
Il tutto all’insegna dell’"antitotalitarismo", che non mira a colpire il titoismo puro e semplice, ma, una volta di più,
l’idea del comunismo. E’ l’idea stessa di una lotta anticapitalista ed internazionalista, che ancora pulsava, sia pure deformata e
tradita, nei cuori di quei partigiani -italiani e slavi- che pensavano di lottare per il comunismo e nel comunismo credevano, ciò
che va definitivamente cancellato oggi.
La nostra posizione? Usando il "se" per dichiarare le nostre posizioni (non per dire come ci sarebbe piaciuto fosse an-
data o dovesse andare la storia, che è un non-senso) diciamo: un partito comunista internazionale autentico avrebbe unito in un
sol fascio proletari italiani e slavi e di ogni altra parte del mondo in un proprio esercito ferreamente centralizzato, inesora-
bilmente "totalitario", avrebbe aiutato gli jugoslavi a liberarsi con esso ed in esso, liberandosi in primo luogo dalle proprie
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ipoteche nazional-borghesi, avrebbe, senza discriminazione nazionale alcuna, infoibato tutti gli sfruttatori e tutti i manutengoli
di essi. E’ esattamente la mancanza di questo organo che ha provocato massacri -solo in minima parte anche da parte di Tito-
esecrandi, lo ribadiamo, non per il numero delle vittime né per la storicamente astratta loro qualifica di "innocenti", ma per le
finalità controrivoluzionarie di cui essi sono stati espressione e strumento.
Questo è il dato vero, comunista, della questione. Se ne rendano conto a tempo i proletari italiani distratti da
quest’ultima commedia patriottarda (e fascista). E i proletari jugoslavi colgano in essa un motivo di più per comprendere come
l’imperialismo occidentale tenda a colpirli di nuovo, ed in maniera più inesorabile che mai, una volta realizzata dalle democra-
zie di cosquel sogno di smembramento della Jugoslavia che al fascismo non riuscì e che il titoismo valse solo ad impedire
per qualche misero decennio essendosi chiuso nei limiti di una (pur rispettabilissima) lotta nazional-popolare borghese.
Si è sempre derisa ed insultata la nostra tesi che il fascismo ha perso la guerra ma vinto il dopoguerra, ereditato dalla
democrazia. Oggi vediamo quanto questa "boutade" si riveli vera: partigiani e repubblichini sono democraticamente chiamati a
sposarsi in nome della comune bandiera nazionale, più democratica, più fascista che mai...
Cosa andiamo a fare:
"Il vostro compito in queste terre è grande. Voi avete il
gravoso ma nobile incarico di riportare queste terre alla
vita, alla religione, alla famiglia. (...). Avete il gravoso
incarico di eliminare da queste terre quella terribile ma-
lattia che si chiama propaganda comunista, malattia che
fa presa facilmente su questa gente che per decenni è sta-
ta abbandonata da tutti. Dovete far comprendere loro che
voi non potete mai permettere che così vicino a casa vo-
stra viva della gente che gode della morte e della distru-
zione, della gente che magnifica l'ozio e gli altri vizi. (...).
Noi siamo in queste terre tormentate, che sempre hanno
portato guerre e distruzioni, per ricondurle ai principii di
collaborazione fra la gente civile, per ricordare loro che
Patria, Religione e Famiglia sono le fondamenta della vi-
ta civile. Per riportare loro i grandi vantaggi della civiltà
che Roma aveva già portato in altri tempi e che la interes-
sata politica di tutti i dominatori di queste terre aveva
cercato di far dimenticare."
(da La Tradotta, del 5.7.1942)
Come andiamo a farlo:
"Eguale nello scopo [a quelle che combattiamo in ogni
altro fronte], la nostra lotta [in Balcania] è diversa però
da ogni altra nella forma: combattuta contro un nemico
nascosto che ferisce dall'ombra e fugge sfruttando la co-
noscenza del terreno, protetto dalla connivenza delle po-
polazioni. (...) Questi che inseguiamo per i boschi e le
rocce di Balcania, banditi non soldati, belve piuttosto che
uomini, (...) noi li inseguiamo ovunque, dobbiamo stanarli
come belve dagli impenetrabili boschi, giudicarli e punirli
senza pietà." (da La Tradotta del 27.9.1942)
"Noi già sappiamo quale sorte tocca ai nostri ufficiali
e sottoufficiali quando cadono nelle mani dei partigiani.
Fucilazio. (...) L'atto sanguinario della fucilazio ricade
come vendetta per tanti assassinii sul groppone dei carne-
fici perché noi, i nostri martiri li vendichiamo e li vendi-
cheremo sempre. Cento occhi per occhio, cento denti per-
dente."
(da La Tradotta, del 26.4.1943)
Che fare N. 40 - settembre / ottobre 1996
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FOIBE: "ANCORA TU..."
Indice
Storia vera e storia mistificata
"Scoop" e scopi
Velleità imperialistiche con muscoli da strapazzo
Il nostro punto di vista, non storiografico
Epurare
Il dovere della scuola borghese: educare all’anti-comunismo.
La campagna sulle foibe "slavocomuniste", che vede accomunate destra e sinistra, non è
solo un atto di mistificazione della storia passata, ma, attraverso ad essa, mira a porre dei
puntelli (per ora "solo" storiografici ed ideologici) per il futuro: non contro un impossibi-
le ritorno del "terrore slavo" (!), ma contro il possibile e necessario ritorno del terrore ri-
voluzionario rosso. Per costoro, da infoibare è il comunismo. E noi ci regoleremo di con-
seguenza.
La campagna sulle foibe "slavo-comuniste", provvidenzialmente (per la destra) aperta dal segretario triestino del PDS
in sede "storiografica", non conosce soste. Ne abbiamo già sommariamente parlato, ma conviene tornarci su.
In concomitanza con un forsennato battage revisionista condotto da circoli ultranazionalisti friulani e giuliani si è
mosso un magistrato di Roma, Pititto, che, al termine delle sue indagini, pare abbia staccato o stia per staccare un’ottantina di
avvisi di reato per "genocidio" a ex-resistenti sia slavi che italiani.
Il campo delle ricerche si è, nel frattempo, esteso dalle zone della ex-Jugoslavia allo stesso Friuli, dove, in febbraio, si
è "scoperta" una fossa comune con ben sette cadaveri di fascisti, collaborazionisti e spie da mettere sul conto del "genocidio"
anti-italiano. Si tratta, non a caso, della zona in cui operavano.. due resistenze, quella picista della "Garibaldi" e quella cattoli-
ca, capeggiata da un prete, dell’"Osoppo"; quest’ultima impegnata a "resistere" assieme ai repubblichini contro la "minaccia
slavo-comunista" nella transizione dal vecchio regime fascista a quello, non meno antiproletario, della cosiddetta democrazia.
(In questo clima maturò l’"eccidio di Porzus", cioè la fucilazione di un pugno di componenti dell’"Osoppo" in odore di colla-
borazionismo da parte di un comando capeggiato dal picista "Giacca": "eccidio" successivamente sconfessato dal PCI in nome
dell’"unità nazionale" e fatto ricadere come colpa sulle spalle del solo "Giacca", attualmente residente a Capodistria, il quale,
anche di recente, se ne è assunto, rivendicandola con molta dignità, la responsabilità in nome delle ragioni belliche
dell’antifascismo)
Storia vera e storia mistificata
Il caso degli "infoibamenti", cioè dell’esecuzione e del "sotterramento" dei cadaveri nelle cavità delle grotte carsiche,
ha conosciuto due momenti. Il primo risale al ’43, immediatamente dopo l’8 settembre, e coinvolse, per esplicita ammissione
delle stesse autorità italiane, non più di 600 persone. Fu un fatto di "giustizia popolare", certamente sommaria, da parte non
dell’esercito partigiano di Tito, ma della popolazione, soprattutto contadina, dell’Istria slava che si rivaleva così di due decenni
di dura oppressione (e morti), come già ricordavamo in un precedente articolo. Che la maggioranza, non la totalità!, di questi
uccisi fosse italiana si può ben capire guardando alla carta geografica ed alla storia di quelle terre, dove il fascismo era diventa-
to di casa -nel corso della guerra estendendosi sin alla "provincia (italiana?) di Lubiana", coi suoi ben noti metodi di sanguino-
sa "pulizia etnica" antislava.
Non diciamo che tutte quelle esecuzioni abbiano colpito effettivamente solo dei responsabili diretti dell’oppressione
fascista e che non siano occasionalmente intervenute delle ragioni d’interessi personali. Ciò che è assolutamente escluso è che
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si sia trattato: primo, di un’operazione ordita dall’esercito di Tito; secondo, di un tentativo di "genocidio" ai danni della popo-
lazione italiana in quanto tale (la quale, tra l’altro, nella sua anima "rossa", aveva largamente aderito alla "lotta di liberazione"
titoista vista -inutile dire quanto illusoriamente!- quale reparto d’avanguardia d’una lotta internazionalista di liberazione di
classe).
Dal ’43 al ’45, significativamente, non compaiono altri casi di foibe, il che già la dice lunga sul "disegno" genocida
del titoismo.
Dal ’45, a fascismo abbattuto, comincia una seconda fase "epurativa", e su questa i numeri si sprecano, moltiplicando-
si col tempo.
Una pubblicazione del novembre ’46, a cura del sedicente "Comitato di Liberazione Nazionale per l’Istria" (L’Istria,
oggi), dice che "dopo il 1° maggio 1945 si calcola che sono spariti circa 500 italiani: di alcuni si sa che trovarono la morte nel-
le foibe, altri furono gettati a mare con una pietra al collo, altri si crede siano deportati in Jugoslavia" e che "mentre i morti del
1943 poterono essere ricuperati, poco si è potuto sapere di quelli uccisi nel 1945". Da notare due cose: non si trattava solo di
civili (a prescindere dal ruolo giocato nella società... civile) e di essi si dice che sono "spariti", senza poter fornire una anche
approssimativa percentuale dei morti accertati e di coloro di cui non si è trovata traccia. Quanto all’italianità quale causa della
loro eliminazione, va notato che proprio nel ’45 s’infittisce l’azione concorde di ex-repubblichini e di nazionalisti italiani co-
munque connotati politicamente contro la prospettiva di un passaggio di Trieste e dell’Istria alla Jugoslavia come coda bellica
nella regione. Entrambi i fronti in lotta combatterono allora per le proprie bandiere nazionalistiche, anche se quelle titine po-
tevano ostentarle quali "anche" socialiste, rivoluzionarie. E, ancora una volta, come nel ’43, tra gli italiani ci rimisero le penne
fascisti, irredentisti ed anche gente comune senza colpe, com’è nella logica feroce delle cose. Di questa seconda ondata si può
ben dire che fu attuata dall’Esercito di Liberazione di Tito con intenti nazionalistici, in certi settori di esso almeno, più evidenti
che non in quella "spontanea" del ’43, a misura che s’andava dissolvendo l’illusoria "fratellanza di classe italo-slava" e,
nell’ambito del movimento titoista, prendevano più corpo quelle tendenze nazionalistiche che, sin dall’inizio, avevano aderito
alla lotta di liberazione per pure motivazioni "slave" (e persino micro-slave: slovene, croate, serbe "per sé").
Da parte sua, il CLN istriano, che si presentava col "fiero carattere di sentinella contro la pressione degli Slavi" (vedi
pubblicazione di cui sopra) avrebbe volentieri infoibato, ove avesse potuto, i "liberatori" titini, solo che le cose andarono diver-
samente (e malissimo per la prospettiva internazionalistica nostra, la cui opera di pulizia sarebbe stata necessariamente non
meno cruenta, ma di tutt’altro segno, nella solidarietà di classe, come nel ’21, tra militanti proletari di tutte le nazionalità della
regione per la propria emancipazione di classe).
Nel ’61 l’ex-sindaco di Trieste Bartoli pubblicò un Martirologio delle genti adriatiche, con l’elenco di un ben mag-
giore numero di scomparsi, sempre in conto dell’"italianità" offesa dagli slavo-comunisti, in cui si mescolano militari e civili di
ogni tipo, caduti in guerra e giustiziati. Oggi, un presunto storico di famiglia RSI, certo Pirina, dà i nomi di 1458 scomparsi da-
ti come "infoibati dai titini perché italiani".
Un foglietto triestino dalle idee politiche non del tutto ben chiare, ma simpaticamente "indipendente" e battagliero (La
nuova alabarda, 81, gennaio ’97) documenta come di essi ve ne siano 274 (pari al 18,8%) accertabili come morti per
tutt’altre cause, dei quali 21 addirittura morti nei lager nazisti dov’erano stati deportati, in maggior parte, in quanto partigiani.
Ma poiché 1458 (meno 274) nomi non bastano, si fantastica liberamente di 5.000, 10.000 e, perché no?, 20.000 scom-
parsi, tutti regolarmente "infoibati". E c’è da sperare che ci si fermi qui, senza voler far concorrenza alle cifre ebraiche, il che
sarebbe troppo anche per un Pititto.
Maliziosamente, l’Alabarda conclude: "per mettere fine a tutte le strumentalizzazioni e le polemiche c’è un’unica so-
luzione: aprire le foibe, prima di tutte quella di Basovizza e di Monrupino e verificare cosa c’è dentro. In quella di Monrupino
ci sono certamente i resti dei soldati tedeschi morti durante la battaglia di Opicina...; nella foiba di Basovizza, alla luce dei do-
cumenti noti, probabilmente non c’è più nulla. Ci chiediamo se forse è proprio per questo che non si sono mai volute aprire".
"Scoop" e scopi
Ci si chiederà perché mai tanto rinnovato accanimento a proposito di vicende sulle quali neppure l’ex-MSI aveva osa-
to esagerare sino a questo punto, soprattutto dopo l’indubitabile conversione del PCI (ma non da oggi...) al nazionalismo più
spinto e dopo la fine del regime "comunista" di Tito, andato in polvere assieme a tutta la Jugoslavia. Che cosa diavolo si cerca,
se non c’è più neppure l’ombra né di italo né di slavo-"comunismo"?
L’operazione-foibe serve, in effetti, egualmente. A uso esterno, per rovesciare sugli "slavi" in quanto tali l’accusa in-
famante di "popolo genocida" (un po’ come degli ebrei si diceva "popolo deicida"), in vista di (improbabili) soprassalti revan-
scisti futuri. A uso interno, per gettare il discredito sulla fin più pallida ombra di "comunismo" (e si sa che per qualcuno lo
stesso D’Alema, ovvero la sua base sociale proletaria d’appoggio, può tuttora passare per "bolscevico"), in vista del regola-
mento di conti a venire, che già si prospetta, contro la minaccia d’ogni e qualsiasi ritorno rosso: uno stato borghese forte, per
affrontare le crisi catastrofiche che incombono, deve farla finita con tutte le ipoteche proletarie di classe, quali quelle che si son
dovute sopportare nel trapasso fascismo-democrazia e nei trascorsi decenni affluenti di quest’ultima.
Operazione squisitamente ideologica, finora, e in attesa degli sviluppi a venire. I rossi sono infoibatori per definizione
(ecco perché si ritorna da sempre su Porzus, i "triangoli rossi della morte" etc.) e mettiamo bene le mani avanti: guai se dei veri
rossi dovessero ritornare; nessuna paura per i Massimo e i Fausto, ma frugare tra i loro vecchissimi armadi può servire per vei-
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colare il messaggio che più conta come messaggio terroristico in nome della Legalità, dello Stato, della Patria, del Dio Capita-
le.
Il PDS abbocca, pensando di "accreditarsi", ed ecco che da sé, col suo responsabile triestino Spadaro, risolleva la vi-
cenda delle foibe... altrui e con Violante rende omaggio a "tutti i caduti" della guerra civile, chiarendo che, in fondo, tutti han-
no combattuto sostanzialmente per la stessa causa patriottica, anche se da opposte sponde (il che, purtroppo, è vero), e venendo
a Trieste a ribadire che gli unici assassini stavano fuori casa, erano i "comunisti slavi"...
La sola Rifondazione, tra i partiti istituzionali, si dissocia, ma senza poter dire una parola chiara sul senso sociale e
politico degli avvenimenti di allora e sulle sue inevitabili proiezioni all’oggi e sul domani: e che senso ha "difendere la comune
resistenza italiana e slava" quando non si capisce perché la prima è andata a finire, come doveva, a pro dell’imperialismo na-
zionale e la seconda si è tragicamente conclusa, come doveva, nello sfacelo della Jugoslavia e perché, sin nel cuore della lotta
di liberazione, le due anime "concordi" in oggetto si siano reciprocamente contrapposte e, poi, scannate (dopo la "svolta" del
Cominform nel ’48)? Gli aborti non si possono rivendicare. Occorrerebbe poter rivendicare qualcosa di vivo, la prospettiva
comunista rivoluzionaria fiaccata nel resistenzialismo, ma questo non è pane per le protesi dentarie di Rifondazione.
La "Repubblica nata dalla Resistenza" ripaga così gli autentici resistenti di allora, reclutati quasi esclusivamente tra le
file proletarie "comuniste", contestando ad essi di aver voluto portar comunque dentro il "nuovo" Stato post-fascista delle i-
stanze autonome di classe pur nell’ambito del più bolso patriottismo nazional-borghese, imputa ad essi di aver esagerato in
termini di guerra civile e, ad Est, addirittura di aver pencolato verso le rivendicazioni territoriali titoiste. I repubblichini, essa
dice, facevano parte del nostro stesso fronte, sia in quanto italiani sia in quanto difensori dell’ordine borghese e se, allora, ma-
lauguratamente ci si è divisi quanto ai modi di ristabilire la sovranità nazionale, l’ordine statale, la continuità del sistema so-
ciale, oggi questi "valori" devono essere rimessi sul piedistallo, col concorso di tutti (tutti i "nostri"). Questo, d’altronde, il sen-
so della campagna per la "pacificazione nazionale" lanciata dai missini sin dalla loro nascita (e, prima ancora, dai repubblichini
della RSI. Non si potrebbe esprimere con parole migliori il concetto da sempre difeso dalla Sinistra Comunista: l’attuale de-
mocrazia è l’erede diretta del fascismo, battuto in guerra, ma vittorioso sul piano dei contenuti economico-sociali e poli-
tici di fondo.
Velleità imperialistiche con muscoli da strapazzo
Più problematico l’uso esterno dell’attuale campagna. In Slovenia e in Croazia han subito capito l’antifona: qui non si
vuole colpire retrospettivamente Tito e i suoi, ma i popoli slavo-balcanici nel loro complesso, quale oggetto di un contenzioso
imperialista. Lo hanno proclamato netto le associazioni partigiane locali e i capi-governo Kucan e Tudjman. Non ci sentiamo
di dar loro torto, tutt’altro!, anche quando a protestare contro l’imperialismo italiano sono coloro che, come Tudjman, gli han-
no aperto concretamente la strada affossando la Jugoslavia in qualità di mandatari (tanto più se arrogandosi il vanto di esserne i
soli protagonisti e per sé): questa più che legittima protesta, semmai, dovrà servire ad aprire gli occhi ai proletari della ex-
Jugoslavia per riconsiderare passato recente e lontano sulla via della riacquisizione dei propri programmi e della propria orga-
nizzazione di classe.
Quello che è ridicolo da parte dell’Italia è che, se la campagna sulle foibe potrebbe avere un senso concreto in una si-
tuazione di proiezione imperialistica diretta ed aggressiva ad Est, finisce per rivelarsi un boomerang quando si limita al vili-
pendio gratuito dei popoli slavi. Col che diventa semplicemente un ostacolo alla stessa penetrazione capitalistica "pacifica" ol-
tre le terre di confine e si è poi visto come i vari Fassino siano dovuti andare a scusarsi quasi di tali "intemperanze" pubblicita-
rie coi vicini "partner" sloveni e croati.
(Un piccolo particolare aggiuntivo: i capi della Lega, che già svolgono per conto loro una politica industriale e com-
merciale ed una politica estera "padana" verso l’Est si sono ben guadati dal prendere questa gaffe: i "nostri cari amici slavi", ai
quali intendiamo spremere il sangue, sono stati subito assolti da ogni sospetto in materia; casomai questo è un problema che
riguarda i "comunisti", coi quali abbiamo, con loro, un comune conto aperto...)
Il nostro punto di vista, non storiografico
A noi interessa poco fare il computo "storiografico" dei "delitti" di guerra. E’ per noi scontato che la guerra stessa, in
quanto guerra del capitale, è un delitto, anzi: il delitto. I vincitori che pretendono di giudicare gli specifici "delitti" dei singoli
vinti (come nel caso dell’Italia sconfitta nella seconda guerra mondiale, ma ritornata successivamente vittoriosa rispetto ad una
Jugoslavia che presenta invertite le parti) non fanno che statuire i propri diritti di vincitori sulle proprie vittime, allegramente
infischiandosi delle proprie atrocità. Così si osa oggi rimproverare retrospettivamente ai titini le foibe, ben guardandosi
dall’interrogarsi sui mille fatti di oppressione e di massacri operati dall’Italia repubblichina, di cui implicitamente si difende la
continuità con lo stato attuale, ai danni delle popolazioni slave ed altrettanto si fa, trasferendosi al quadro delle classi, per i par-
tigiani italiani "fondatori" della Repubblica chiudendo tutti e due gli occhi sul ventennio di sofferenze proletarie prodotte dal
fascismo, posto che i proletari italiani sono, o devono essere, dei vinti e trattati come tali.
In contrapposizione a quest’ottica da pescecani, noi intendiamo ristabilire due ordini di verità di classe.
Primo: la guerra di liberazione nazionale, e perciò democratico-borghese, anche se rivestita di impropri panni "comu-
nisti", di Tito non aveva di mira l’italiano in quanto tale (tant’è che numerosissimi italiani militarono nelle sue file), ma un op-
pressore nazionale e di classe, e in ciò si distingue dal carattere di scontro imperialista diretto tra le due alleanze imperialiste in
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lotta nella seconda guerra mondiale. Il problema è che l’obiettivo, di per legittimo, della liberazione nazionale, coi suoi le-
gittimi compiti democratico-borghesi, non poteva, nell’epoca dell’imperialismo, risolversi in sé e di per sé stesso, ma nel qua-
dro di una generale offensiva comunista internazionalista contro linsieme dei rapporti di dominazione capital-imperialistica.
Al di fuori di ciò, anche la migliore lotta di liberazione nazionale, anche quella a più forti connotati popolari e persino proletari
(e la resistenza jugoslava fu, in un certo senso, entrambe le cose), non poteva che inserirsi quale elemento secondario di mano-
vra nel gioco dei contrapposti imperialismi, pagandone tutti gli scotti (come in effetti avvenne). Perciò, anche al top delle sue
prestazioni, il movimento di Tito vide, sin dalle origini, l’elemento nazionalista preponderante su quello di classe e strangolato-
re di esso, a scala jugoslava e internazionale: il "fronte patriottico" interclassista e nazionalista, che i "comunisti" di Tito pre-
tendevano di "egemonizzare", si sarebbe presa una bella rivincita sulle chiacchiere socialiste e rivoluzionarie nel momento in
cui gli interessi nazional-borghesi della Jugoslavia venivano a scontrarsi con l’opposto "fronte patriottico" borghese italiano.
Di qui i confini statali, su cui misurarsi, tra i popoli e le classi; di qui l’inizio della slittata del nazional-comunismo, dopo il ’48,
verso l’Occidente.
Secondo: è proprio in questo elemento che noi vediamo l’autentico delitto storico operato dal titoismo. E ciò al di
del fatto delle foibe, che non poté assurgere, come altrove (vedi gli eccidi di Hiroshima e Nagasaki o il bombardamento sui ci-
vili di Dresda), a paradigma di vendetta (imperialista) contro popoli nemici per la natura stessa del movimento di liberazione
nazionale titoista. Paradossalmente, proprio la sua iniziale coloritura sociale "comunista" fece che attorno ad esso si racco-
gliesse inter-nazionalmente un concorso di energie proletarie
di slavi ed italiani (provvisoriamente) uniti, il che agì da de-
terrente contro un revanscismo puramente nazionalistico
"slavo" (cosicché, sotto questo aspetto, andrebbe dato atto ai
partigiani italiani schierati con Tito di aver impedito il peg-
gio).
Quel tanto residuale di una tradizione comunista
sfigurata, tradita e rovesciata che ancora sopravviveva
nell’animo dei combattenti partigiani tanto slavi che italiani
(e, soggettivamente, forse, nella testa di alcuni loro capi) po
offrire allora uno squarcio di quel che altrimenti sarebbe
potuta essere una vera guerra internazionalista di classe
e, quanto meno, impedire gli orrori di cui seppero fregiarsi i
"civili" democratici imperialisti. Altro che "barbarie slavo-
comunista"! Un residuo, nondimeno, destinato alla definitiva
scomparsa sotto l’ala dei Tito e, più, dei Togliatti, dei Vidali
etc. Questo il delitto!
In connessione a ciò c’è una questione ulteriore, di
cui nessuno, o quasi, ha sin qui parlato, ed è la repressione
spietata da parte del titoismo di tutte quelle sparute voci, sla-
ve ed italiane, che sin da allora seppero ergersi contro la de-
riva nazionalista in atto disegnandone le conseguenze. Gli
autentici internazionalisti furono fatti fuori, anche fisicamen-
te, da Tito senza troppi complimenti, in piena concordanza
con la dottrina di Mosca (e di Washington). Qualcuno, di re-
cente, si è provato a riesumare anche questa pagina buia, ma
per ricordare solo le "vittime italiane" ed ascriverne
l’eliminazione al solito "nazionalismo slavo": Eh no, bari e
delinquenti! Internazionalisti slavi ed italiani furono eliminati
dallo stalinismo per conto dell’imperialismo, quel caro impe-
rialismo che vi sta tanto a cuore, ed abbiate perlomeno il pu-
dore di non fingere di piangervi sopra oggi né, tantomeno, di
utilizzarne il sacrificio per l’ennesima sporca operazione
sciovinistico-imperialista!
Queste sono le nostre "foibe" e di esse chiediamo
conto, prima ancora che a Tito, all’ideologia e alla potenza
materiale del nostro mortale nemico di sempre, il capitali-
smo, col suo putrido cuore qui, in Occidente. Avremo occa-
sione di riparlarne, su questo giornale o in altra sede per ri-
mettere i puntini sugli i.
Il dovere della scuola borghese: educare
all’anti-comunismo.
Abbiamo notizia che l’ala dura, "sociale", di Alleanza
Nazionale ha creato "Il Comitato per il diritto alla verità
storica" che si propone la messa al bando dei libri di testo
scolastici colpevoli di "ignorare o negare l’Olocausto degli
italiani infoibati in Istria, Dalmazia e Venezia Giulia ad o-
pera degli slavocomunisti". Niente di strano, è un mestiere
che ben si addice ai nostalgici dell’incorrotta Grande Italia
dei Mazzini, dei Cavour, dei Garibaldi, dei... Mussolini e
del Polo delle Libertà.
Più "strano" è che a questa iniziativa abbiano potuto
concedere la propria firma due ulivisti quali Maurizio Co-
stanzo, il tenutario del bordello-show che reca il suo nome,
e l’Annunziata (anche se c’eravamo accorti che Telekabul
sta sempre più assomigliando a Telepredappio, soprattutto
quando si tratta di consigliare moderazione e tirate di cin-
ghia agli operai). Niente di strano, in effetti, se si tien conto
del pistolotto di Violante sui "fratelli italiani" della RSI. E
per nulla strano che il ministro Berlinguer abbia subito as-
sicurato che si provvederà a colmare la "lacuna". Perciò,
storici del regime, siete avvisati: prendete carta e penna e
trascrivete quel che vi detta la Voce del Padrone!
Sappiamo da sempre qual è la funzione della scuola nel
presente sistema sociale: educare i propri polli all’ideo-
logia del regime ed alle sue menzogne. Sappiamo da sempre
che la vera educazione si fa altrove, coi testi delle lotte di
classe e le pagine scritte in grado di chiarirle a stesse.
Finalmente cade anche l’ultima (?) illusione di una scuola
educatrice "neutrale" e se ne vede l’osceno volto fronteuni-
tariamente schierato a favore della reazione. Noi abbiamo
già pronti i nostri "libri di testo" e siamo intenzionati a di-
fenderli dal rogo degli Alemanno, degli Storace, dei Violan-
te, dei Costanzo e dell’Annunziata. E sapremo anche noi
usare i nostri lanciafiamme.
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Epurare
E’ il titolo dell’editoriale del 16 maggio 1945 del Nostro avvenire, "giornale degli italiani di
Trieste e del Litorale". Lo riproduciamo quasi integralmente, perché da esso traluce il sacrosanto
bisogno che il proletariato militante sentiva di esercitare la repressione di classe contro i responsa-
bili dell’oppressione (di classe e di nazione) del fascismo. Un sentimento che fu poi tradito da quel
PCI di Togliatti che allora diceva di volerlo raccogliere e che quei responsabili mandò liberi.
"I residui di fascismo di fronte ai quali dobbiamo stare all’erta e che dobbiamo combattere
conseguentemente, sono molti e vari e non a tutti facilmente identificabili. C’è una quantità di
gente che in questi giorni, per sola ignoranza e in buona fede, si rende docile strumento di quei
fascisti che ancora non sono sfuggiti alla giustizia del popolo, o che ancora non sono stati tolti
dalla circolazione e messi nell’impossibilità di agire. (...)
Ci sono di quelli cui i fascisti arrestati fanno compassione e vorrebbero che li rilasciassimo.
La migliore risposta a tali espressioni d’ingiustificato pietismo la danno gli attentatori. Dovrem-
mo lasciare in libertà i compagni di coloro che già più d’una volta, anche nella nostra città, han-
no sparato, dopo la capitolazione nazifascista, sui nostri? Eh no, cari amici, poiché non si tratte-
rebbe più di generosità ma di stoltezza.
Il problema è noto a tutti coloro che, in un campo o nell’altro, hanno avuto a che fare con
l’epurazione. Le masse lavoratrici esigono ch’essa sia condotta a fondo, ed hanno perfettamente
ragione. Troppo abbiamo sofferto noi e le nostre famiglie, per troppi lunghi anni, perché si possa
oggi perdonare a coloro che instaurarono o contribuirono a instaurare il regime maledetto, a co-
loro che da tali nostre sofferenze trassero piaceri e privilegi, a coloro che operarono ai danni dei
colleghi di lavoro, e furono servili ed ossequiosi verso i padroni e brutali e prepotenti verso i pro-
pri pari e specialmente verso i sottoposti.
Nell’epurazione, che si sta compiendo da parte di operai e impiegati nelle fabbriche e negli uf-
fici, i nostri lavoratori stanno mostrando una maturità politica, una decisione e nello stesso tempo
un chiaro e profondo senso di giustizia, per cui talora si sono sentiti in dovere di lasciare al suo
posto qualche squadrista che non si era macchiato di infamie, s’era anzi ravveduto e s’era com-
portato bene, mentre hanno a ragione eliminato dalle loro file individui che, anche se non iscritti
al partito fascista, si erano comportati vigliaccamente nei confronti dei colleghi. (...)
Dobbiamo, dunque, essere giusti e non compassionevoli. Non dobbiamo dimenticare. Non
dobbiamo ignorare che fascisti ancora circolano ed hanno ancora ucciso e tentato d’uccidere.
Noi non siamo vendicativi fautori dell’odio (...). Non si restituisce alla salute il corpo piagato
della società, se tutto il marcio che infesta la piaga non viene accuratamente ripulito."