nucleo comunista internazionalista
note
I TERMINI DELLA QUESTIONE SIRIANA
NON PRO O CONTRO ASSAD
MA: LINEA COMUNISTA INTERNAZIONALISTA
O SCHIERAMENTO PRO-IMPERIALISTA
Il testo che segue era stato scritto allorché Obama aveva già dichiarato la sua volontà di interveni-
re punitivamente in Siria. La cosa non gli è poi andata dritta, e quindi cambia (formalmente) lo
scenario predisposto all’uopo. Primo elemento: il panzer Cameron è stato sconfessato dal suo stes-
so parlamento (cosina che meriterebbe studiare). Secondo: la presa di distanze della Germania (e
diciamo poco!) dai previsti raid ad uso e consumo USA e persino un’incredibile dimostrazione di
cautela da parte del governo italiano il che è tutto dire! –. A favore dell’interventismo militare è
rimasto solo il “socialista” Hollande, la cui vittoria elettorale, giova ricordarlo, fu qui applaudita
“a sinistra” come “segno di cambiamento in Europa”. Terzo: papa Francesco si è dichiarato con-
trario ad ogni atto di guerra USA, peggio se “umanitaria”, ben conoscendo di quale grana sia
l’umanitarismo dei lupi verso gli agnelli colpevoli di intorbidargli l’acqua, il tutto in linea col pro-
prio “ecumenismo” (su cui ci è pur lecito sorridere, ma, comunque, non corrivo alle imprese neo-
coloniali di certe potenze “secolari”. Quarto punto chiave : il peso della Russia di Putin (che
agirà pure da bestia borghese per i propri interessi nazionali nel suo contraltare alla strapotenza
USA, ma ci va bene come contraddizione inter-imperialistica su cui lucrare operando sul vivo delle
contraddizioni di classe che ne possono scaturire). Quinto (last but non least), guarda caso, il rifiu-
to di massa in casa propria alla nuova aggressione imperialistica di cui tenere buon conto per gli
sviluppi futuri della nostra azione comunista. Ovvio che da nessuno di questi elementi, nemmeno
l’ultimo, scaturisca “di per sé” una prospettiva rivoluzionaria per il caso siriano, ma, intanto, c’è
da rallegrarsi dell’impasse in cui si è venuto a trovare il big numero uno dell’imperialismo. Se ri-
voluzione ci dovesse essere in quest’area farebbe a meno di tutti i suoi tutori “pacificanti” attuali,
interessati tutti, ognuno per i propri interessi, ad esorcizzare una soluzione del genere.
Di fronte al preventivato attacco USA alla Siria è, o dovrebbe essere, evidente per chiunque si
richiami al comunismo che l’atteggiamento da prendere è quello di un incondizionato appello alla
lotta contro l’intervento imperialista indipendentemente da ogni e qualsiasi considerazione di critica
ed opposizione al “regimedi Assad e di appoggio a forze sociali e politiche siriane che effettiva-
mente fossero in campo per obiettivi di emancipazione rispetto ad esso. Queste ultime, ove avessero
una presenza reale, sarebbero in ogni caso le prime ad insorgere contro l’intervento imperialista, ri-
volgendosi fronteunitariamente alle masse popolari che continuano ad appoggiare Assad, in nome
insieme dell’indipendenza del paese e del processo rivoluzionario da compiere. Non è proprio
questo il caso del movimento di ribellione” attualmente egemone nella lotta contro Assad. Un mo-
vimento che solo dai ciechi può non essere considerato come il frutto di un’operazione largamente,
per non dire totalitariamente, espressione di un intervento regionale ed internazionale esterno alla
Siria, agente diretto di interessi a vario livello di “balcanizzazione” dell’intera area medio-
orientale per i propri sporchi fini per assicurarsene il dominio diretto (centri imperialisti) o spartir-
sene parti delle spoglie (succursali locali ed “indipendentidi essi). Anche volendo valorizzare le
genuine spinte popolari” siriane contro Assad non si potrebbe fare a meno di considerare il peso e
la direzione delle forze in campo che contano. E sono quelle coccolate, politicamente inquadrate,
militarmente superarmate e ben rappresentate all’estero come aspiranti futuri governanti quisling di
ricambio dalle forze controrivoluzionarie. Continuare a rappresentare lo scontro in atto come un
confronto tra autentici rivoluzionari siriani” e il “regime” di Assad, rispetto al quale sarebbero del
tutto marginali ed “isolati(!) i ribelli” in affitto allimperialismo ha, alla prova dei fatti, sempli-
cemente dell’incredibile. E, in ogni caso, ci piacerebbe sapere l’indirizzo rivolto da certi “comuni-
stiai primi rispetto alle forze esterne di… espropriazione della “rivoluzione siriana autentica”, ol-
tre che all’intervento militare USA (e soci eventuali).
Non dovrebbe esser necessario ripetere come i comunisti non siano mai stati ad “obliqua coper-
tura” né di Saddam né Milosevic né di Gheddafi o del… ras Tafari (di cui diremo poi) né di qualsia-
si altro capobastone borghese (o sotto-borghese), ma non abbiano con ciò mai obliquamente coperto
le motivazioni “umanitarie” contro determinati popoli messi nel mirino dall’imperialismo (perché di
questo, e non di altro si è sempre trattato e si tratta). E in tutte queste occasioni i comunisti autentici
si sono scontrati con posizioni che, magari con motivazioni iper-classiste pure”, hanno fatto da
sgabello (sia pure involontario) all’interventismo imperialista. Ci siamo sentiti regolarmente dire in
passato che limperialismo “copriva” Milosevic, Saddam, Gheddafi etc. a danno delle autentiche
forze rivoluzionarie in campo contro di essi e sempre con l’immancabile giaculatoria sugli “eccidi”
perpetrati da costoro a scapito dei propri popoli (ora è la volta dei supposti gas letali di Assad come
ieri delle armi di distruzioni di massa” di Saddam o dei “genocidi” degli albanesi da parte di Milo-
sevic). Logico, poi, che anche dalla “sinistra estrema” qualcuno sia giunto a proporre la costituzione
di “brigate internazionali” anti-tirannia. Ed altrettanto logico che su questo immondezzaio lucri la
propaganda imperialista a giustificazione del proprio interventismo “umanitario”. Ed ancora logico
che, per questa via, si sia passati dalle manifestazioni oceaniche per la “pace” al loro evaporare per
giungere alla situazione attuale, dal caso libico in poi, di aperto supporto ideologico involontario
sempre alle grandi manovre imperialiste.
ROSSO-BRUNI PRO-ASSAD CONTRORIVOLUZIOARI? CERTO!
ROSSI (PER FINTA) PRO-“RIVOLUZIONE SIRIANA”? NON DI MENO
.
Una riprova di questa linea di slittamento si è avuta in occasione della recente manifestazione
pro-Assad dei “nazional-socialistidi destra. A certi “compagni” non è parso vero di poter tirare
una facile conclusione: se le destre estreme, in veste rosso-nera, si mobilitano per la Siria di Assad
noi dobbiamo fare l’esatto contrario: contro Assad; nei fatti: contro la Siria (sempre, beninteso, in
nome di una vera, autoctona, rivoluzione siriana di “popolo”, senza dar retta ai ribelli” – isolati dal
“movimento reale”! che invocano l’intervento militare USA & Co. a favore delpopolo” in og-
getto). A sentire costoro la manifestazione “nera” sarebbe dovuta esser vietata dai poteri istituziona-
li a norma della Costituzione in quanto offesa ai valori della Resistenza (!!) ed anche perché indetta
in contemporanea col gaypride (persino questo si è sentito dire!). E, quindi: se Assad è sostenuto
dai rosso-neri ciò comporta automaticamente il Male.
Noi, ovviamente non solo distanti, ma antitetici rispetto a questa neo-destra, ci permettiamo di
fare un discorso un tantino più articolato.
Fascisti e nazisti hanno sempre, va da sé, badato agli interessi delle proprie potenze (capitali-
stissime, soprattutto se sotto veste sociale), altamente infischiandosi dei diritti dei popoli oppressi
dalla concorrenza come un valore a da difendere. Si è sempre trattato, semmai, di usare a pro-
prio profitto spinte “risorgimentali” da parte di costoro nella lotta contro i centri imperialisti nemici.
Così “la bandiera dell’Islam” e quella di altri popoli oppressi, a cominciare da quello indiano, poté
esser sollevata da Mussolini ed Hitler come appello alla battaglia contro gli schiavisti della “pluto-
crazia” occidentale. Anche la repulsione di molte popolazioni non russe nei confronti di una vera e
propria oppressione nazionale sciovinista fu presa in mano dall’hitlerismo. Nell’uno e nell’altro ca-
so si arrivò a forme di solidarietà attiva tra nazi-fascismo e dirigenze “rivoluzionarie” si fa, natu-
ralmente, per dire, a titolo di irrisione dei popoli oppressi (con molto popolo al seguito). Con ciò:
era reazionaria la causa dei popoli oppressi compresi quellisovietici” – chiamati dal nazi-
fascismo a sollevarsi contro le “democrazie” e il “bolscevismostalinista (meglio ancora se intrup-
pate dietro le SS come i cosacchi di Krasnov)? No, la causa era giusta; non lo sarebbe stata o non lo
fu ove perseguita a scapito della propria indipendenza (di classe) ed a rimorchio del nazi-fascismo.
Soluzione: guardie rosse e non bianche. Ed anche oggi, com’è logico, i rosso-bruni sollevano una
causa giusta per mobilitare le proprie guardie bianche. Malissimo che ci cada anche qualche neo-
nazionalbolscevico.
Per converso: era rivoluzionario od anche solo “progressista” l’aut aut suggerito a questi popoli
dalle “democrazie” imperialiste e (peggio, in quanto ammantato da un linguaggio di classe) dallo
stalinismo: non ribellatevi, mettetevi al nostro rimorchio, la soluzione dei vostri problemi verrà do-
po, in seguito alla vittoria sulle dittature fasciste cui voi dovete contribuire da vassalli in attesa del
nulla – mettendo la morchia ai vostri programmi di liberazione nazionale? Esattamente il contrario,
come noi comunisti di allora (Trozkij e la Sinistra “italiana”) altamente proclamammo: «Il Partito
comunista è andato ancora più in sulla strada del tradimento. Secondo Manuil’skij, i comunisti
“subordinano la realizzazione del diritto alla secessione (..) all’interesse di sconfiggere il fascismo”.
In altri termini: in caso di una guerra tra l’Inghilterra e la Germania per le colonie, il popolo indiano
deve appoggiare gli attuali proprietari di schiavi, gli imperialisti britannici» (scrive Trotzkij nel
’39).
(Un caso su cui riflettere: quello delle imprese coloniali italiane
AOI, sappiamo con quanta delicatezza condotte. Un chiaro esempio
della sostanza fascista. La quale, per altro, seppe ammantarsi dei
soliti, attualissimi, pretesti “umanitari”: si sarebbe trattato, più
meno, che di sottrarre quelle popolazioni ad un regime schiavista
e non di fare del puro colonialismo oppressivo alla stregua
dell’Inghilterra e consoci. Il “posto al sole” italiano, contro cui
malamente protestavano le “democrazie” che di tali posti ne
occupavano già a iosa, sarebbe stato solatio anche per le
popolazioni locali. Ci credettero allora molti sinistriitalioti e ci
credettero anche frazioni di oppressi collaborazionisti ascari. E’
nota la posizione di Trotzkij in quest’occasione: “sostegno militare
e non politico” (formula alquanto vaporosa e persino ironizzabile)
al Ras Tafari. Oggi direbbe: “sostegno militare e non politico” ad
Assad a difesa del paese soggetto aggredito ed a difesa di una reale
prospettiva rivoluzionaria sul posto alla cui testa chiamare le
eventuali forze rivoluzionarie presenti, oltre e contro il tafarismo. O, per prendere un esempio più
semplice e significativo”: In Brasile esiste oggi un regime semifascista che tutti i rivoluzionari non
possono non odiare. Supponiamo, tuttavia, che domani l’Inghilterra entri in un conflitto militare con
il Brasile. Le chiedo: da quale parte si schiererà la classe operaia? Personalmente le risponderò: in
questo caso io starei dalla parte del Brasile “fascista” contro l’Inghilterra “democratica”. Perché?
Perché nel conflitto tra questi due paesi non si porrà un problema di democrazia o di fascismo. Se
l’Inghilterra vincesse, imporrebbe a Rio de Janeiro un altro dittatore fascista, imprigionerebbe il
Brasile con una duplice catena. Se, al contrario, vincesse il Brasile, ciò darebbe un poderoso im-
pulso alla coscienza democratica e nazionale del paese e porterebbe al rovesciamento della dittatura
di Vargas. La sconfitta dell’Inghilterra sarebbe contemporaneamente un colpo per l’imperialismo
britannico e stimolerebbe il movimento rivoluzionario del proletariato inglese”, Trotkzkij 1938.
Aggiorniamola al caso Siria oggi senza cambiare, per favore!, l’impostazione.
Chi non ci crede “mostra solo di aver smarrito ogni e qualsiasi fiducia nella lotta degli sfrutta-
ti”, come scrive – interpretando le cose a rovescio – qualche eminente dottore “comunista”.)
Nel secondo dopoguerra, con un rovesciamento apparente di fronte, lo stalinismo si mise a capo
del “sostegno alle lotte di liberazione nazionale”, a suo tempo tradite, perseguendo dei chiari scopi
campisti”: queste lotte, purché chiuse entro un ristretto ambito nazionalista borghese, deprivate
quindi di ogni proiezione anticapitalista internazionalista, dovevano servire a rafforzare la posizio-
ne dell’URSS entro il quadro dei rapporti inter-imperialisti. La stessa posizione fu adottata da certe
frange rosso-nere (vedi in particolare Il Pensiero Nazionale di Stanis Ruinas, che vi si impegnò a
fondo, stabilendo dei solidi contatti con certe nazional-borghesie – Nasser in particolare – ) in nome
di un altro “campismo”: quello di un’Europa libera dai condizionamenti USA. Ciò non impedì il di-
vampare di autentici moti rivoluzionari democratico-borghesi basati sulle proprie forze di massa
– si pensi solo all’Algeria – . Ciò che è storicamente mancato è il superamento di un quadro ristretto
del tema nazional-coloniale, ristrettosi ad un’emancipazione forzatamente formale destinata a per-
petuare lo stato reale di sottomissione di questi paesi al dominio imperialista, rimangiandosi, col
tempo, tutte le velleidi vera indipendenza in ogni singolo paese. Da qui l’avvio di un processo in-
volutivo che ha obbligato anche i ras più, inizialmente, battaglieri (vedi Gheddafi), a sottostare ai
diktat imperialisti sul piano interno, controllato e/o dominato di fatto. Da qui le “misure liberiste”
da cui sarebbe stolido chiamare i locali reggenti a sottrarsi o eventuali “movimenti rivoluzionari” a
reagire in nome della nazione senza prender di mira l’insieme dell’assetto imperialista mondia-
le. Con tutto quel che ne consegue sul piano dei programmi e dellorganizzazione delle proprie for-
ze.
Gli obiettivi interni di questi paesi non possono essere raggiunti senza una contemporanea lot-
ta rivoluzionaria contro limperialismo”, scrive ancora Trotzkij per la quale “è necessario un partito
rivoluzionario che si basi sull’avanguardia del proletariato. Ed allorché Leone va ad analizzare i
caratteri ributtanti dei regimi di certi paesi (come potrebbe essere oggi la Siria) che “non possiamo
non odiare”, ne vede però la chiara scaturigine, che nulla ha a che fare con storielle di casuali ditta-
tori pensionabili entro il quadro degli attuali rapporti di forze mondiali: “Nei paesi industrialmente
arretrati il capitale straniero ha una funzione decisiva. (..) Ciò determina un potere statale di tipo
particolare. Il governo si barcamena tra il capitale straniero e il capitale indigeno, tra la debole bor-
ghesia nazionale e il proletariato relativamente forte. Ciò conferisce al governo un carattere bona-
partista sui generis.” La Siria non rappresenta neppure il peggio di questi regimi indirettamente (dal
punto di vista politico) e molto più direttamente (da quello economico) dipendente
dall’imperialismo. Ben ne venga il sovvertimento, ma mirando al centro della questione e non a ri-
forme democratiche” ancor più al guinzaglio del padrone del vapore!
Sul fronte sirianofilo della “sinistra rivoluzionaria” di quattro gatti “antifascistiin risposta ai
rosso-bruni è meglio sorvolare. Il PCL di Ferrando, per dirne uno!, si è apertamente schierato sul
fronte ribelli” e, per marcare il proprio esser comunista tutto d’un pezzo, ha inveito contro il solito
zar Putin (finiti i tempi dello “stato operaio degeneratoriconvertibile al comunismo grazie a
Kruscev e Gorbacev, come da inequivocabili testi della IV Internazionale!), ma mettendo insieme
ad esso alla gogna i…. “dittatori” populisti venezuelani e boliviani, certamente non nostri, ma, per-
lomeno, da democratici borghesi attenti ad un attacco alla Siria in linea con l’attacco ai propri paesi
in cerca di una propria (illusoria) indipendenza dai diktat dell’imperialismo. C’è da rabbrividire!
Si arriva al punto che un deficiente (o, se vogliamo, un “diversamente abile”) può pubblicare
un pezzo dal titolo “Come la NATO, Israele e le petromonarchie aiutano il compagno Assad”. Ce la
siamo già sentita su costoro che aiutavano i compagni Milosevic e Saddam, e non ci serve altro!
I “destri” contro cui ci si scaglia (e non sarebbe male se da sinistra) hanno perlomeno il vantaggio di
parlare in nome di un’Europa svincolata dagli USA con tanto di relative alleanze inter-statali anti-
yankee, che è, poi, il programma “ideale” di certa ultrasinistra sulla base, però, di una semplice pe-
tizione di un’”altra Europa”… elettoralmente designata. Pier Angelo Buttafuoco, destro sicuro, ma
intelligente e, a suo modo, simpatico, alla domanda “cos’è l’Europa?”, in riferimento al caso-Siria
ha detto. “L’Europa è in Russia”. Marchiamo le distanze, ma, da un punto di vista europeista (bor-
ghese) ci siamo in pieno. I fautori di una “diversa Europa” vadano a scuola da questi destri-sinistri!
L’alternativa c’è, ed è quella marxista, ma chi la vuole imboccare considerato, come poi si vedrà,
che si è rivelata “vetero-fallimentare”? Noi – saremo pure dei “curatori fallimentari” e quattro gat-
ti – ci attestiamo su quella linea.
PROVE BLUFFISTICHE
SULLA “RIVOLUZIONE SIRIANA”
Gli intrepidi sponsor della “rivoluzione siriana” (autocentrata, ed in un solo paese) ci esibisco-
no un comunicato di un’organizzazione locale denominata Corrente della Sinistra Rivoluzionaria
Siriana (a noi ignota, ma senz’altro pecchiamo d’ignoranza) ad attestazione delle sue indubbie ma-
trici rivoluzionarie.
Ammettiamo, con beneficio dinventario, che alla sigla corrisponda qualcosa di reale.
Senza dubbio è da sottoscrivere il passaggio in cui si dice che “la nostra rivoluzione non ha al-
leati sinceri se non nelle rivoluzioni popolari nella regione e nel mondo” e il rifiuto di consegnarla
sia a Washington che a Mosca, a Riyad o Teheran”. In ogni caso ci permettiamo di esprimere i no-
stri dubbi sul contenuto di questo comunicato non sottoscrivibile.
Primo punto: il massacro via gas a Ghouta vi è programmaticamente imputato ad Assad, men-
tre ogni logica e mille considerazioni fatte anche da insospettabili (compresa la criminal-giustiziera
Da Ponte, per finire col neo-liberato Piccinin) la attribuiscono ai “ribelli” in contrasto coi chimici
del CIM. Naturalmente noi e persino qualche giornalista del Manifesto siamo colpevoli di filo-
assadismo sul tema, allo stesso modo per cui abbiamo dubitato dell’uso di “armi micidiali di massa”
da parte di Saddam. Le conferme sulla verità del caso ci verranno tra qualche anno, post festum, e
ne tireremo le conseguenze. Peròla cosa ci puzza per il semplice fatto che sulla verità circa gli
effettivi responsabili della gassificazione ci sono prove a sufficienza (fornite, con tutte le garanzie
tecniche, ma dai… cattivi russi; e, stranamente, tutti i mezzi di rilevazione satellitari sui fatti in cor-
so capaci di dirti cosa stai leggendo sulla tua panchina nel parco da parte degli USA e soci non
sono riusciti a dimostrare il contrario). O mentono anche il compagno di prigionia di Quirico (di
cui raccomandiamo la lettura del
diario sulla Stampa), Piccinin, o suor
Agnese della Croce (vedi, orrore!,
Libero)? O sono dei fanatici reazionari
la Correggia e Dinucci e false le loro
precise documentazioni? Passi per lo
zar Putin”, ma insomma!
Secondo: visto che i nostri alleati
etc. etc. sono i rivoluzionari nel
mondo, e visto che la minaccia di un
attacco alla Siria viene dagli USA (non da Mosca o Teheran), ci aspetteremmo un chiaro messaggio
al “popolo” statunitense, notoriamente contrario ad esso nella sua maggioranza, perché si mobiliti
contro l’aggressione imperialista contro il proprio paese (Assad da colpire a parte come
escamotage). Avete di fronte un alleato sincero e lo lasciate perdere? Oppure vi preme che costui
non alzi la testa tanto da impedire ad Obama di andar per la sua strada?
Terzo: ammesso che vi sia realmente un fonte rivoluzionario in campo in Siria cosa diciamo
delle schiere prezzolate dei ribelli”? Come trattarle per preservare la “pura rivoluzione siriana”?
Non una parola in merito. Frange da nulla con cui coesistere? O…? Visto che, a sentire qualche in-
fessito fan della “rivoluzione siriana”, si tratterebbe di frange marginali ed isolate laddove le stes-
se fonti occidentali parlano di oltre i diecimila, secondo un calcolo ottimistico, legionari stranieri
reclutati da tutte le parti del mondo islamico –, li avete effettivamente emarginati e combattuti?
Quarto: tutto il programma “rivoluzionario si concentra nella rivendicazione della “libertà,
l’uguaglianza sociale e la giustizia in Siria”, pompose parole dietro le quali c’è il nulla. Ci saremmo
aspettati almeno qualche parola contro il “liberismo” sottoscritto da Assad e contro la mano pesante
che glielo ha imposto (altro che scelta personal-dittatoriale interna!).
Successivamente ci è stato reso noto un altro documento, sembrerebbe di tipica impostazione
trotzkista”, da cui ricaviamo quanto segue: 1) l’ammissione, a denti stretti, che le “forze marxiste
rivoluzionarie” sul campo non contano il due di briscola e le loro attese sulla possibilidi un fronte
unico comune “di popolo” sono andate rapidamente bruciate, per cui occorre riconsiderare la strate-
gia in maniera un tantino più selettiva, il che non impedisce, come di regola, a certi fautori del mix
situazione rivoluzionaria-carenza di una direzione di essa, di immaginarsi “programmi di transizio-
ne” grazie ai quali quattro gatti rimettono a posto le cose grazie all’impiego di una tattica intelligen-
te; 2) la stessa vacuidi cui sopra del programma rivoluzionario”, malamente ridotto ad una sorta
di rivendicazione democratica privo di ogni reale connotato sociale (salvo, appunto, le solite sparate
sull’“uguaglianza”), con un richiamo solo parolaio alla “rivoluzione di area”, pan-araba, di cui ci
risultano ignoti gli interlocutori ed i programmi. Di buono c’è che si afferma in modo inequivoco la
ripulsa dell’intervento imperialista straniero in aperta rottura coi “ribelli” con sedi diplomatiche a
Londra e Ryiad. Di più: sembrerebbe che il dialogo fronteunitario si rivolga espressamente ad una
parte dell’opposizione interna provvista di connotati di classe acconci ed alla sua sacrosanta (sia
ben chiaro!) lotta anti-Assad in cerca tuttora della sua (lontanissima) strada. E addirittura par-
rebbe (cosa confermata di volata dallo stesso Manifesto in un suo articolo) che a questa opposizione
non manchino pregiudizialmente e del tutto i mezzi per esprimersi “democraticamente”, via eletto-
rale compresa, all’interno del regime stritolatutto”. Beninteso: per la “democratizzazione”
dell’assetto politico e non un centimetro di più.
Ammettiamo pure che all’inizio delle contestazioni anti-Assad vi siano state, da una parte di
esse, delle istanze di classe nostre senza riuscire, però, ad affermarsi in quanto forze rivoluzionarie
trainanti. (L’ammissione è puramente ipotetica ed un recente studio di Lutte Ouvrière ferreamente
anti-Assad” da un punto di vista marxista – si smentisce categoricamente la favola della “mobilita-
zione proletaria” in una “rivoluzione” dall’inequivocabile segno reazionario). Altrettanto certo è che
il grosso di esse ha avuto sin dagli esordi tuttaltro segno: la ripulsa dei “sacrifici imposti dal regi-
me(sul peso delle pesantissime sanzioni occidentali si sorvola tranquillamente!) alla ricerca di un
pacifico accordo” coi padroni della situazione di fuori per una più profittevole “convivenza pacifi-
ca” con essi a tutela dei propri affari all’interno. Uno scenario largamente comune alle pretese “inti-
fade arabe” in corso d’opera. Lo chiarisce splendidamente Luttwak, che, a differenza di certi catte-
dratici “marxistiandati a male, sa di quel che parla: “La strategia di Obama era puntare sulla Tur-
chia per appoggiare gli elementi moderati che all’inizio si erano rivoltati contro il regime, in modo
da far cadere Assad e sostituirlo con un governo più amico. E’ la strategia che ha cercato di realiz-
zare in tutto il Medio Oriente, appoggiando i musulmani moderati per dividerli da quelli più estre-
misti. Non ha funzionato perché la Turchia non è stata all’altezza e i moderati siriani si sono dimo-
strati incapaci”. Dopo di che ecco le porte aperte alla soluzione militare “interna”-esterna, con que-
sta nuova strategia di ricambio: “Dobbiamo aiutare i ribelli quando Assad sta per vincere e frenarli
quando stanno per vincere loro. Così (le parti in causa) si logoreranno in una lunga guerra tra loro,
senza aver tempo e risorse per attaccare l’Occidente (il nodo cruciale della questione!, n.). Quando
non avranno più forza forse potremo riprendere il controllo”. Senza commenti! Chi ha orecchie per
intendere intenda.
RIVOLUZIONI INEDITE O RIEDIZIONI CONTRORIVOLUZIONARIE?
Qualche apostata convertitosi all’“anti-estremismo” (quello “bordighista” in prima linea) ci fa
sapere che saremmo del tutto fuori strada nel proporre la strada della rivoluzione proletaria pura”,
rifiutando tutte le altre e relegando tutte le classi intermedie nel girone dei nemici”, e saremmo tra
quelli che “ci dicono di aspettare che i proletari occidentali (essi stessi “spuri” per definizione, n.)
rialzino il capo e tutto andrà al suo posto”, “rimanendo intanto alla finestra” invece di “studiare
l’articolazione sempre originale e nuova dei rapporti tra le classi nelle diverse situazioni e aree, per
conoscere, sviluppare e sostenere i movimenti reali che aboliscono lo stato di cose presente”. Con
un afflato non nuovo ci si dice che “grigia è la teoria, ma verde è l’albero della vita”, traduzione po-
etica del “movimento è tutto, il fine (il programma comunista, n.) nulla”, e lo disse anche un famoso
neofita antimarxista una volta accortosi del nostro grigiore teorico.
Di cosa si parla? Forse che Bordiga abbia ignorato la realeconomico-sociale della Russia (a
partire dalla questione NEP), assolutamente “impura” e non risolvibile con un immediato passaggio
al socialismo (in un solo paese?), come troviamo ultimatisticamente indicato dai compagni
dell’Istituto Onorato Damen? O che altrettanto si sia detto a proposito dei movimenti di liberazione
nazional-coloniali su cui ci siamo rotti le corna contro gli “indifferentisti” di ogni specie? E non è
forse lo stesso Amadeo che ci avverte che sociologicamente (e politicamente, di conseguenza) la
purezza” non è data neppure per i centri dellimperialismo (a cominciare allora dalla Germa-
nia)?
Ma non Bordiga, bensì Lenin, parla per la Russia di “rivoluzione proletariae “dittatura prole-
taria” di seguito. In che senso? Nel senso che l’esercito proletario (anche “minoritario” dal punto di
vista di cui sopra) lavora ad abolire lo stato di cose presente”, accollandosi e trascinandosi dietro
tutte le classi intermedie”, nel quadro di una rivoluzione internazionale di cui anche e soprattutto
le spinte più lontane dall’optimum capitalista rappresentano un anello da incardinare attorno ad un
programma comunista d’insieme. Chi rifuggisse dall’esame concreto delle concrete condizioni di
fatto sarebbe certamente un pazzo. Ma, avverte Lenin, chi pensasse che queste ultime possano svin-
colarsi dal quadro generale del sistema fissato dalla teoria per proporre vie nuove, inedite, di “auto-
liberazione” (locale) sarebbe un controrivoluzionario. Lo stesso dissero Trotzkij e Bordiga, e non vi
spiaccia (o ditelo apertamente). Le Tesi dellIC sulla questione nazionale e coloniale vanno rilette
sino in fondo, in barba a tutti gli innamorati dell’“albero della vita”, sempre mutabile, non prede-
terminabile secondo teoria, “nuovo” in cui tuffarsi vitalisticamente (sino alla cascata in cui cadere e
sfracellarsi). Crediamo di saper benissimo come le molteplici situazioni locali siano diverse, com-
plesse e… disordinate in buona parte del globo (Occidente compreso, se volete). Ma se si parla di
sovvertire lo stato presente delle cose occorre intendere che, anche partendo da situazioni molto ar-
retrate (di cui andrebbero ben studiate le cause), non sono in gioco semplicemente i retaggi di pas-
sati modi di produzione e forse ancor più dal sottosviluppo che ne è un prodotto necessario”, quasi
si trattasse di fatti locali, ma il dominio imperialista che li determina e i poteri “nazionali” ad esso
asserviti. Il che implica che un’effettiva rottura rivoluzionaria (“impura”) in determinati paesi costi-
tuisce un anello della catena rivoluzionaria proletaria internazionale (“pura” nel suo programma,
nella sua organizzazione. A venire? Certo, senza “aspettare alla finestra”): “La lotta dei popoli co-
loniali (o dominati e/o controllati, n.) per la loro liberazione, al di delle fasi intermedie, si tra-
sforma necessariamente in lotta contro l’imperialismo e quindi si ricollega alla lotta del proletaria-
to nei paesi metropolitani”; e non diciamo chi l’ha scritto.
Ascriviamo a merito di certi compagni, come quelli dell’ex-rivista Partito Comunista Interna-
zionale, l’aver fatto piazza pulita delle semplificazioni – rintracciabili in frange marginali di “dottri-
nari” sprovvisti di… dottrina sul concreto habitat di determinate realtà che costituiscono, poi, una
buona fetta del mondo attuale. Ma il merito si ferma qui e rischia di diventare il suo contrario. Così
abbiamo sentito parlare di rivoluzioni diverse”, eccentriche, fuori schema, svincolate dal quadro
generale imperialistico, regredendo dal “socialismo in un solo paese” alla “rivoluzione (concreta e
“spuria”, maliberatrice) in un solo paese” (al massimo: “in una data area” inafferrabile e invi-
sibile col che la cose non cambia). L’“esame concreto delle situazioni concrete” si riduce
all’analisi chimica degli elementi socioeconomici in vitro nazionale astraendo dalla “cosmologia”
d’insieme per concludere che ci troviamo oggi, a scala mondiale, di fronte agli stessi dati socio-
economici riscontrabili ai tempi dell’Ottobre russo ’17 (il che è guna bella esagerazione). Ma,
nell’argomentare che segue, ne deriva logicamente la ripulsa della rivoluzione proletaria, della dit-
tatura del proletariato e dell’internazionalismo comunista venuti astrattamente” in testa allo sprov-
veduto Lenin incapace di aggrapparsi al semprenuovo e sempreverde e sempre concreto “albero
della vita”. I “dati concreti” su cui dovrebbe basarsi la teoria dell’inedito avrebbero detto nella Rus-
sia del ’17 che l’unica strada percorribile era al massimo quella menscevica. Il concretismo, malat-
tia senile del riformismo.
Peggio ancora per l’Italia. Alla data 1907 gli occupati in agricoltura erano 5.693.080 di fronte a
211.123 metallurgici (di cui solo il 21,6% organizzato sindacalmente). Perché mai, allora, agitare
programmi di rivoluzione proletaria? Astrattismo?
Noi, astratti”, staremmo a guardarci l’ombelico? Crediamo francamente di no; e lasciamo pu-
re ad altri la contemplazione di altre e più basse parti anatomiche.
Le forme della ripresa rivoluzionaria in direzione dellunica via d’uscita realmente tale, quella
“vecchia” del socialismo, specie dopo l’uragano devastatore dello stalinismo che nulla ha lasciato in
piedi delle precedenti realizzazioni teorico-programmatiche ed organizzative, sono e saranno certa-
mente “impurissime” in partenza, e ne va tenuto il debito conto per non cadere nel “nullismo dottri-
nario”, ma il suo contenuto resta inalterato ed ultraconfermato ed è al suo percorso di marcia che ci
si deve riferire nel “concreto”. In caso contrario si cadrà inevitabilmente in un immediatismo privo
di senso (anzi: provvisto di un controsenso antirivoluzionario). Lo abbiamo visto e lo vediamo di
continuo. Un tempo c’è stato il significativo ed imprescindibile boom pacifista in cui ci si è detto
che dovevamo irresistibilmente tuffarci senza andar troppo a cercare il pelo nell’uovo (poi andato
marcio). Oggi ce lo si dice per tutta una serie indifferenziata di reazioni (in molti casi non disprez-
zabili e da saper cogliere ai nostri fini) agli effetti del capitalismo messe disordinatamente assieme
nel mucchio: no-TAV, no-MUOS Occupy, pueblo unido (?) brasiliano, ribelli arabi di ogni colore
etc. etc. (e si potrebbe finire, avendone lo stomaco, con le Femen, le Pussy Riot). In occasione degli
scontri in Turchia si è arrivati ad osannare all’insorgenza “ecologista”, non mancando di aggiungere
che noi “puristi dottrinari”, a cominciare dal solito Bordiga, trascuriamo i diritti dell’ambiente (!!),
scambiando un’occasione della rivolta sociale con un suo preteso contenuto eccentrico rispetto al
“vetero”(marxismo). Non male come concretezzadi analisi! E così si arriva alla Siria con tutte le
conseguenze del caso. Alla base di tutto la lotta per la democrazia di “tutto il popolo” cui i marxi-
sti, con la loro astratta preoccupazione proletaria, non sanno guardare. Oppure si dirà, il che è lo
stesso, che ognuna di queste manifestazioni rappresenta l’esordio di un “nuovo, inedito, proletariato
del ventunesimo secolo”, lontano dal suo vetero particolare per abbracciare gli interessi di “tutta la
nazione” (confini stretti!). Le stesse cose le disse, non male, Mussolini.
Il clou di questo modo di procedere si ha con l’esaltazione della “rivoluzione islamica”. Un
compagno è arrivato a scrivere che l’islamismo forse potrebbe costituire il surrogato di ciò che, nel
ventunesimo secolo, non funziona più, e cioè il marxismo classico. Come “innovazione” non c’è
male: scavalchiamo l’invecchiato Manifesto del 1847 con gli aggiornatissimi Allah e Profeta!
Al IV Congresso dell’IC un delegato delle Indie olandesi, Tan Malaka co pose la questione:
“Che significa esattamente, innanzitutto, il panislamismo? Esso aveva un tempo un dato signi-
ficato storico, ossia che l’Islam deve conquistare il mondo intero, armi alla mano. Oggi ha un signi-
ficato totalmente diverso. E’ la lotta di liberazione nazionale, perché l’Islam è tutto per i musulma-
ni. Non è solamente la religione, ma lo Stato, l’economia, il nutrimento e tutto il resto. Coil pan-
islamismo è attualmente la fraternità di tutti i popoli musulmani, la lotta di liberazione, non sola-
mente del popolo arabo, ma dei popoli indù, giavanesi e di tutti i popoli musulmani oppressi. Que-
sta fraternità significa attualmente una lotta di liberazione non solo contro il capitalismo olandese,
ma contro il capitalismo inglese, francese, italiano, contro il capitalismo del mondo intero. (..) E noi
vogliamo appoggiare questa guerra nazionale”. In che modo? Da comunisti che non si staccano dal-
le masse in lotta, anche imprigionate da un’ideologia non nostra, purché lottino e ad esse possiamo
indicare nella lotta fronteunitaria il traguardo di un’autentica liberazione “finale” (visto che per noi
il fine vale qualcosa di palpabile nel “concreto”, quale esso sia). Da questo movimento islamico,
concretamente inscritto in un processo rivoluzionario mondiale, ci è stato chiesto il nostro aiuto, di-
ce il Malaka, e noi gliel’abbiamo assicurato dicendogli: “Sì, il vostro Dio è potente, ma il vostro
Dio ha detto che i ferrovieri sono ancora più potenti su questa terra”. Un buon esempio di dialettica
tesi-antitesi-sintesi.
Da allora qualcosa è mutato. L’islamismo politico, reso monco della prospettiva rivoluzionaria
di allora, non è potuto logicamente andar oltre uno straccio di movimenti di liberazione sempre p
racchiusi in ristretti ambiti nazionali (vedi l’articolo di Programma sulle cause del separatismo ara-
bo) acconciandosi a direzioni borghesi, per loro natura inconcludenti, dall’alto(i Nasser, i Ghed-
dafi, gli Assad e Saddam) ed è attualmente disceso assai pin basso. Resta, è vero, sotto le ceneri
l’istanza di una rivoluzione quanto meno di “area”, comunque non racchiudibile entro confini na-
zional-“socialisti”, ma gentro gli attuali confini questo islamismo politico mostra tutte le sue cre-
pe. La “rivoluzione islamica” si è rivelata, in quanto tale, un flop dovunque, dalla Tunisia all’Egitto,
per non parlare della Siria. (Annotiamo a margine come la pformidabile lotta di liberazione na-
zionale del secondo dopoguerra, quella algerina, avesse scavalcato l’ideologia “islamica” approdan-
do ad orizzonti socialisti” di cui, per altro, ben conosciamo gli esiti meschini e gambereschi, e non
per colpa dei gloriosi insorti di quel paese cui la via per andar oltre è stata troncata dallo stalini-
smo e dal proletariato occidentale reso sordo e cieco da esso). Il vecchio richiamo all’Islam rive-
stiva ideologicamente un movimento di classi rivoluzionarie capace di ricollegarsi all’asse centrale
“sovietico”. Quello attuale riveste al massimo un movimento di “riforma” demagogico-populista a
favore dei “reietti”, incapace di tradursi in qualcosa di reale dal punto di vista di classe alla ricerca
di soluzioni “meno oppressive” per gli sfruttati all’interno del quadro capitalista, in loco e a scala
mondiale. Il tutto condito da ritorni “clericaliregressivi. Una reazione agli effetti del capitalismo
con gli occhi rivolti all’indietro (vedi un certo capitolo del Manifesto di Marx) e i piedi… nella
merda. Poiché, come abbiamo detto qui sopra, resta attuale un problema globale di emancipazione
per l’insieme delle genti musulmane è ben possibile un ritorno in forze della “spada dellIslam” a
tutto campo, ma come non mai ripulendo l’ideologia coranica dai suoi aspetti religiosi pastratti
riportandoli ai concreti problemi terreni per rifarsi al tipo di lotta classista delle masse sfruttate sul-
la “vecchia” base di cui si parlò (e lavorò) a Baku.
I popoli del mondo musulmano hanno, nel frattempo, conquistato la propria “indipendenza”
statuale grazie, in gran parte di questi paesi, all’azione “dall’altodi gruppi borghesi “progressisti”
a prezzo del venir meno della prospettiva delineata a Baku e nelle sedi dell’IC. Le ultime vestigia
della spinta di allora si ebbe nel tentativo di mettere insieme una Repubblica Araba Unita “non alli-
neata”, e ciò grazie all’opera dei “bonapartisti” egiziani, siriani, libici, cui non si poteva ragione-
volmente chiedere di più. Su queste basi si arriva, oggi, non solo alla frammentazione del mondo
islamico per nazioni, ma a quello all’interno di queste nazioni stesse. Ed è questo il nodo da scio-
gliere se davvero si vuole spezzare i nodi avvelenati del dominio-controllo imperialista e dei regimi
interni espressione dell’incapacità di contrapporvisi (quando non si tratti, dall’Arabia Saudita in giù,
di regimi apertamente quisling). Nessuna “novità”, ma un filo spezzato da ricomporre; il nostro.
L’attuale sommovimento medio-orientale offre già, a chi intenda coglierli, i primi elementi del-
la soluzione a venire, che nessuno di noi si sogna di voler vedere gin partenza “puri” e tosti. Si
tratta della scesa in campo, dove c’è stata o può esserci, come principalmente in Egitto, di schiere di
proletari che cominciano a configurarsi come classe per in grado di interpretare i bisogni e
l’attivismo sociale delle enormi masse non proletarie afflitte dal capitalismo. Ne abbiamo ardente-
mente salutato l’ingresso in scena cercando di seguirne gli sviluppi, ma non esimendoci dal dire la
nostra. Persino in Egitto, ed al culmine delle agitazioni di massa, eravamo ben al di qua di un deciso
inizio in tal senso. Lo siamo tuttora allorc la fine di un Mursi rischia di venir capitalizzata
dall’esercito, cioè dallo Stato controrivoluzionario, che ci avrebbe fatto il piacere di sbarazzarci di
quell’incomodo. Può accadere coche autorevoli esponenti del movimento(con tanto di intervi-
sta e plauso del Manifesto), dichiarandosi “nasseriani”, plaudano all’esercito amico ed allo Stato ed
alla sua repressione di massa dei Fratelli Musulmani. Per questo ci rianima quel sindacalista egizia-
no che si dichiara contro le forze del (nuovo?) ordine e lascia trasparire un appello fronteunitario nei
confronti dei vasti strati sociali sfruttati che avevano creduto, e magari ancor credono, alla demago-
gia populista “islamica” per una lotta di trasformazione sociale comune.
Possiamo trovarci in sintonia coi compagni che, giustamente, vedono nel ribollire attuale dei
movimenti di massa medio-orientali il contrassegno di un cataclisma globale destinato a scuotere
dalle fondamenta l’assetto capitalista mondiale e, se vogliamo, delle prime avvisaglie di un nostro
movimento di classe purché non si scambino lucciole per lanterne e ci si adatti alla coda di fantasio-
se rivoluzioni in atto di cui basterebbe prender nota di volta in volta applaudendo al concretoche
irresistibilmente avanza e, sempre, ci sorprende. Suggeriamo ai compagni un’attenta lettura del nu-
mero di Limes su Egitto, rivoluzione usa e getta inoppugnabilmente preciso sul… concreto, per
l’appunto – come viatico contro i facili autoillusionismi.