Noi, “astratti”, staremmo a guardarci l’ombelico? Crediamo francamente di no; e lasciamo pu-
re ad altri la contemplazione di altre e più basse parti anatomiche.
Le forme della ripresa rivoluzionaria in direzione dell’unica via d’uscita realmente tale, quella
“vecchia” del socialismo, specie dopo l’uragano devastatore dello stalinismo che nulla ha lasciato in
piedi delle precedenti realizzazioni teorico-programmatiche ed organizzative, sono e saranno certa-
mente “impurissime” in partenza, e ne va tenuto il debito conto per non cadere nel “nullismo dottri-
nario”, ma il suo contenuto resta inalterato ed ultraconfermato ed è al suo percorso di marcia che ci
si deve riferire nel “concreto”. In caso contrario si cadrà inevitabilmente in un immediatismo privo
di senso (anzi: provvisto di un controsenso antirivoluzionario). Lo abbiamo visto e lo vediamo di
continuo. Un tempo c’è stato il significativo ed imprescindibile boom pacifista in cui ci si è detto
che dovevamo irresistibilmente tuffarci senza andar troppo a cercare il pelo nell’uovo (poi andato
marcio). Oggi ce lo si dice per tutta una serie indifferenziata di reazioni (in molti casi non disprez-
zabili e da saper cogliere ai nostri fini) agli effetti del capitalismo messe disordinatamente assieme
nel mucchio: no-TAV, no-MUOS Occupy, pueblo unido (?) brasiliano, ribelli arabi di ogni colore
etc. etc. (e si potrebbe finire, avendone lo stomaco, con le Femen, le Pussy Riot). In occasione degli
scontri in Turchia si è arrivati ad osannare all’insorgenza “ecologista”, non mancando di aggiungere
che noi “puristi dottrinari”, a cominciare dal solito Bordiga, trascuriamo i diritti dell’ambiente (!!),
scambiando un’occasione della rivolta sociale con un suo preteso contenuto eccentrico rispetto al
“vetero”(marxismo). Non male come “concretezza” di analisi! E così si arriva alla Siria con tutte le
conseguenze del caso. Alla base di tutto la lotta per la democrazia di “tutto il popolo” cui i marxi-
sti, con la loro astratta preoccupazione proletaria, non sanno guardare. Oppure si dirà, il che è lo
stesso, che ognuna di queste manifestazioni rappresenta l’esordio di un “nuovo, inedito, proletariato
del ventunesimo secolo”, lontano dal suo vetero particolare per abbracciare gli interessi di “tutta la
nazione” (confini stretti!). Le stesse cose le disse, non male, Mussolini.
Il clou di questo modo di procedere si ha con l’esaltazione della “rivoluzione islamica”. Un
compagno è arrivato a scrivere che l’islamismo forse potrebbe costituire il surrogato di ciò che, nel
ventunesimo secolo, non funziona più, e cioè il marxismo classico. Come “innovazione” non c’è
male: scavalchiamo l’invecchiato Manifesto del 1847 con gli aggiornatissimi Allah e Profeta!
Al IV Congresso dell’IC un delegato delle Indie olandesi, Tan Malaka così pose la questione:
“Che significa esattamente, innanzitutto, il panislamismo? Esso aveva un tempo un dato signi-
ficato storico, ossia che l’Islam deve conquistare il mondo intero, armi alla mano. Oggi ha un signi-
ficato totalmente diverso. E’ la lotta di liberazione nazionale, perché l’Islam è tutto per i musulma-
ni. Non è solamente la religione, ma lo Stato, l’economia, il nutrimento e tutto il resto. Così il pan-
islamismo è attualmente la fraternità di tutti i popoli musulmani, la lotta di liberazione, non sola-
mente del popolo arabo, ma dei popoli indù, giavanesi e di tutti i popoli musulmani oppressi. Que-
sta fraternità significa attualmente una lotta di liberazione non solo contro il capitalismo olandese,
ma contro il capitalismo inglese, francese, italiano, contro il capitalismo del mondo intero. (..) E noi
vogliamo appoggiare questa guerra nazionale”. In che modo? Da comunisti che non si staccano dal-
le masse in lotta, anche imprigionate da un’ideologia non nostra, purché lottino e ad esse possiamo
indicare nella lotta fronteunitaria il traguardo di un’autentica liberazione “finale” (visto che per noi
il fine vale qualcosa di palpabile nel “concreto”, quale esso sia). Da questo movimento islamico,
concretamente inscritto in un processo rivoluzionario mondiale, ci è stato chiesto il nostro aiuto, di-
ce il Malaka, e noi gliel’abbiamo assicurato dicendogli: “Sì, il vostro Dio è potente, ma il vostro
Dio ha detto che i ferrovieri sono ancora più potenti su questa terra”. Un buon esempio di dialettica
tesi-antitesi-sintesi.
Da allora qualcosa è mutato. L’islamismo politico, reso monco della prospettiva rivoluzionaria
di allora, non è potuto logicamente andar oltre uno straccio di movimenti di liberazione sempre più
racchiusi in ristretti ambiti nazionali (vedi l’articolo di Programma sulle cause del separatismo ara-
bo) acconciandosi a direzioni borghesi, per loro natura inconcludenti, “dall’alto” (i Nasser, i Ghed-
dafi, gli Assad e Saddam) ed è attualmente disceso assai più in basso. Resta, è vero, sotto le ceneri
l’istanza di una rivoluzione quanto meno di “area”, comunque non racchiudibile entro confini na-