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nucleo comunista internazionalista
note
Il documento politico della Rete dei Comunisti
Alla proposta di “Riforma non riformista” del “pensiero
comunista” rispondiamo che è necessaria la riconquista
del comunismo autentico
Con questa nota ci riferiamo al “documento politico per la seconda conferenza della Rete dei
Comunisti” del 21 aprile 2013 titolato “Rivoluzione: è il senso del momento storico”.
Ne trascriviamo di seguito un primo passaggio che ha colpito la nostra attenzione:
“… misurarsi con una proposta di prospettiva in un contesto difficile… è un’opera da
affrontare sapendo i propri limiti e quelli di una cultura politica che nel nostro paese si
è andata sempre più inaridendo. Non vogliamo, però, sottrarci alle nostre responsabilità
ed intendiamo individuare un percorso ed una proposta che allo stesso tempo sia un
nostro punto di vista, più strutturato possibile, ma anche un contributo ed una richiesta
di confronto sul merito che avanziamo ai comunisti ed alla sinistra di classe nel nostro
paese. Non si tratta di fare proposte che si collochino nell’ambito del tatticismo estremo
finora praticato, che le ultime elezioni hanno dimostrato essere anche suicida, ma è
necessario misurarsi con ipotesi e proposte che abbiano un loro spessore teorico senza il
quale ogni soggettività di classe è condannata a muoversi come un asino nei suoni”.
Non è un tentativo facile ma ridare alla teoria la funzione di orientamento per la pratica
politica è l’unica via per tentare di risalire la china nella crisi oggettiva e soggettiva
attuale.” (Grassetti nostri, n.n.).
Condividendo i proponimenti espressi e apprezzando (facendola nostra) la consapevolezza dei
“limiti propri”, vogliamo prendere in carico il contributo” della Rete dei Comunisti e la sua
richiesta di confronto sul merito”.
Pur non potendo digerire il riferimento a una cultura politica che nel nostro paese si è andata
sempre più inaridendo…” (di quale cultura si parla? fuori nomi e cognomi, altrimenti si evocano
culture” e “inaridimenti senza metterli in chiaro come invece necessita), condividiamo questa
dichiarazione di intenti e scriviamo il nostro commento con vera attenzione alla discussione e
senza “tatticismi” sui contenuti che non condividiamo.
In tal modo diamo il nostro contributo e rilanciamo la richiesta di confronto sul merito come
metodo e necessità generali.
Le forze “comuniste” scomparse dai parlamenti borghesi
Nell’aprile 2013 i comunisti della Rete scrivono:
“… gli esiti delle elezioni hanno sancito la definitiva scomparsa dal panorama politico
istituzionale della presenza di forze comuniste.
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Condividiamo la rilevazione, ma diciamo subito che la vera questione sottesa viene presa in carico
dalla Rete dei Comunisti in modo del tutto insufficiente.
Secondo questi compagni la “definitiva scomparsa” sarebbe dovuta alle scelte effettuate in questi
anni, alla manifesta incapacità dei gruppi dirigenti, non solo quelli attuali ma anche quelli che
negli ultimi venti anni si sono succeduti nella guida dei vari partiti.
Le scelte scellerate sarebbero: “la spaccatura del PRC con la fine del governo Prodi nel 98 (si
addebita la caduta di Prodi); “l’appoggio rinnovato allo stesso Prodi nel 2006” (ora si addebita di
averlo fatto risorgere); la scissione vendoliana realizzata proprio da chi aveva diretto il PRC fino
a quel momento”.
Da questo “elenco delle malefatte” capiamo che la Rete quando evoca “la scomparsa dei
comunisti” ce lha, quanto a “comunistiscomparsi e colpe” relative, con il PRC e “i vari partiti”
da esso figliati: PdCI e SEL. Il comunismo scomparso sarebbe quello riferibile a questo
perimetro.
Capiamo in secondo luogo che la Rete circoscrive la cosa agli “ultimi venti anni”.
Capiamo infine che ce l’ha in particolare con i bertinottiani: hanno tolto la fiducia a Prodi
spaccando il partito, poi hanno ridato fiducia allo stesso Prodi, poi si sono scissi dall’attuale
Rifondazione. (Senza voler minimamente accreditare le ridicole richieste disvolta” agitate da
Bertinotti contro il primo governo Prodi, ci domandiamo se la Rete avrebbe preferito che fosse stata
preservata “lunità del partitonel centro-sinistra anche quando il centro-sinistra un anno dopo si
dispose a bombardare la Jugoslavia).
Tant’è: per la Rete dei Comunisti responsabili della scomparsa sono questi “dirigenti incapaci”.
Forse ci si rende conto di unilateralizzare un po troppo e per questo si aggiunge che “non è
sufficiente indicare di chi è stata la responsabilità”.
Men che meno è “sufficiente”, diciamo noi, se il problema evocato viene banalmente circoscritto
all’esito delle ultime puntate elettorali in Italia, quando “negli ultimi venti anni” a proposito di
“scomparsa delle forze comuniste dal panorama politico istituzionale” abbiamo tutti assistito, in
Italia e altrove, a eventi internazionali di ben altra dimensione e portata ovvero allo sgretolamento
con finale liquefazione del “campo socialista” con il suo centro a Mosca e non a Montecitorio.
Di questo si tratta e non del tracollo elettorale della “sinistra comunista storica in Italia”, secondo
il linguaggio della Rete che ignora volutamente la vera sinistra comunista italiana, insieme alle
altre correnti di opposizione alla Terza Internazionale degenerata: ci riferiamo al comunismo russo
di Trotzkji e alla battaglia dei maggiori esponenti del comunismo tedesco.
Il comunismo storico è vissuto e vive in queste correnti di opposizione e non nel ”comunismo
ufficiale, che è pur stato un indubbio protagonista della scena mondiale “divisa in blocchi” mentre
oggi è ridotto in polvere, con qualche entità statale” ancora vagamente richiamantesi a un
campodi forze che non esiste pe qualche partito di scarso peso in Occidente omologato e
annullato nel gioco della democrazia imperialista.
Quanto all’autentico comunismo storico, nella tripartizione detta, abbiamo ben presenti sia la reale
consistenza di forze durante l’intero arco considerato e all’oggi e sia soprattutto i limiti non di poco
conto che ne hanno segnato in vario modo l’azione politica indebolendone la battaglia.
Beninteso, giammai neghiamo ai compagni della Rete dei Comunisti o ad altri l’impegno a
contribuire alla ricostruzione di un punto di vista marxista e di una prospettiva comunista”, solo
intendiamo dire che ciò non pessere fatto lavandosi bellamente le mani e la faccia rispetto alle
responsabilità” messe a nudo dagli eventi.
La crisi dei “paesi socialisti”: unilateralizzazioni e “tatticismi”
La stessa Rete comprende benissimo questo dato e si dispone a suo modo ad affrontarlo.
Continuiamo a leggere:
“In realtà le motivazioni di un tale esito sono molto più profonde. Sono legate alla storia
del movimento comunista italiano… Alcune di queste motivazioni nascono dalla mancata
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volontà o capacità di comprendere le conseguenze profonde della crisi dei paesi
socialisti alla fine degli anni ’80 che hanno investito direttamente anche il movimento
comunista occidentale ed italiano. Al contrario si è risposto con la velleitaria pretesa di
ritenersi diversi e dunque esenti dall’ondata storica che stava travolgendo un intero
mondo e il mondo intero. Ma di questa ondata storica oggi se ne cominciano a misurare
gli effetti concreti anche nelle socie a capitalismo avanzato. E’ mancata in quel
passaggio una Riforma non riformista del pensiero comunista che si era andato
sedimentando nei militanti e nel paese fin dalla fine degli anni ’60, e che
successivamente ebbe a sussumere anche i resti della sinistra rivoluzionaria uscita
sconfitta dal durissimo scontro politico e sociale degli anni ‘70.
“La crisi politica attuale nasce, perciò, dalla incapacità teorica di leggere i processi
storici, politici e sociali. Caratteristica, questa, che aveva invece accompagnato la
nascita del movimento operaio e prodotto l’affermazione di una concezione
rivoluzionaria che si era materializzata in partiti, movimenti ed entità statali nella
dimensione mondiale. In quella tensione storica era cresciuto sia il PCI sia la sinistra
rivoluzionaria prodotta in Italia dal biennio ‘68/’69 che rivoluzionò comunque, nei
limiti dati dalla situazione concreta nazionale ed internazionale, le relazioni sociali nel
nostro paese.”
Quindi la scomparsa dei comunisti in Italia” (scomparsa delle rappresentanze ufficiali che per 60
anni filati avevano autorevolmente” popolato i parlamenti borghesi) viene collegata alla crisi dei
paesi socialisti alla fine degli anni ‘80.
A conti fatti, però, si tratta di un collegamentoper modo di dire se serve soltanto a rilanciare la
polemica contro i “dirigenti incapaci” che, oltre alle “malefatte” di cui sopra, si sarebbero illusi
(cosa peraltro vera) che quella crisi non li riguardasse quando invece stava per investirli(/ci) in
pieno.
Vogliamo dire che il nodo della “crisi dei paesi socialisti (con subordinate “scomparse”…) viene
evocato e sostanzialmente eluso, quando invece i contraccolpi dell’intero decorso del “socialismo
reale”, dalle lontane rotture con il programma delle origini verso trionfi” di tutt’altro segno poi
conclusi nel recente poco glorioso epilogo, segnano la difficoltà attuale del proletariato avendo
contribuito in negativo quanto a fiducia nella prospettiva del socialismo e, di conseguenza, alla poco
brillante (per usare un eufemismo) tenuta politica e organizzativa della classe nel mondo intero.
Peraltro se “la crisi dei paesi socialisti” è maturata alla fine degli anni ’80, è evidente che essa ha
avuto un decorso preparatorio che affonda le radici in tutto il corso storico che la precede. Insomma
non può essere questione degli ultimi venti anni”. Beninteso, non dubitiamo che la Rete saprebbe
bene come addebitare con altrettanta nonchalance un elenco di malefatte” al solo Gorbacêv e al
suo ultimo breve scorcio di socialismo reale”.
La beva chi vuole. Per noi è chiaro che i compagni della Rete prima additano in altri “la mancata
capacità di comprendere le conseguenze profonde della crisi dei paesi socialisti, e poi sono i
primi a dare mostra di incapacità di una visione generale che dia conto dei processi storici nella loro
effettiva portata e dimensione. Nel loro scritto quest’evento di prim’ordine sulla scena mondiale, un
evento che peraltro direttamente li riguarda, viene nominato di striscio come un mero “fatto
esterno” che i dirigenti italiani del PRC non avrebbero compreso, e ciò nel contesto di un’ “analisi”
che ha come ambito di riferimento e parametri esclusivi il cortile asfittico della “nostra” politica
nazionale e relativi “tatticismi” domestici.
Per tal via si trovano bensì altre magagne “meno contingenti e più di fondo” da mettere a carico dei
dirigenti incapaci”, ma ci si allontana dalla comprensione delle vere ragioni “molto più profonde”
del “progressivo indebolimento del movimento di classe”, dovuto non a “venti anni” di “coazione a
ripetere” dei rifondaroli ma a un intero corso politico internazionale del quale il cretinismo
elettorale dei rifondaroli rappresenta soltanto la più attardata ed estrema delle espressioni.
Peraltro, se il repentino azzeramento di cotanta “materializzazione in partiti e Stati” si è svolto con
modalità inattese anche per noi che mai abbiamo accreditato l’esistenza di un “campo socialista”,
ciò dovrebbe rendere possibile ai comunisti di buone intenzioni la considerazione della parabola del
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comunismo” mondiale segnata non da continui trionfi e avanzamentieccetto gli ultimi venti
anni”, invece da rotture nette del tracciato rivoluzionario degli esordi che in anni lontani hanno
avviato il movimento a rovinosa degenerazione (dopo la morte di Lenin per capirci, e non per dire
che Lenin vivo le cose sarebbero andate diversamente…). Almeno adesso che è stato raggiunto il
capolinea e la rovina è manifesta, dovrebbe rendersi possibile la considerazione di questa realtà e la
lettura di classe del “comunismo reale”, necessaria per rilanciare credibilmente la prospettiva del
socialismo scagliandola contro la propaganda dell’Occidente capitalista volteggiante su questi fatti
come gli avvoltoi sulla preda.
Nulla di tutto questo: la Rete dei Comunisti si attesta su comode unilateralizzazioni e mette a carico
delle altrui “incapacità” un bilancio pesante, chiamandosene fuori.
Per convincersi che di proprio questo si tratta basta andare avanti nella lettura:
“Questa incapacità dagli anni ’90 ad oggi ha spostato il baricentro dell’attenzione e
dell’azione politica dalla classe realealla sola dimensione istituzionale diventata il
parametro generale per la direzione del PRC e del PdCI ed anche per la formazione
politica e culturale della loro base organizzata e dell’elettorato. L’effetto di questo
spostamento non poteva che essere l’inaridimento del pensiero marxista ed il
progressivo indebolimento del movimento di classe. In questo ristagnare dei partiti
comunisti si è via via consumato il capitale politico e sociale accumulato nel 900,
passando co di elezione in elezione intesi come momenti assoluti e catartici. Oggi
siamo arrivati all’estinzione di una storia politica ….”
“La responsabilità principale è di quanti non hanno saputo voluto essere veri gruppi
dirigenti. Euna storia che parte da Cossutta (finto ortodosso e vero burocrate) e Magri,
si snoda poi attorno alla figura di Bertinotti, che con sapienza e pazienza ha smontato
ogni concezione marxista e, con totale coerenza, anche la struttura di partito,
abbandonandolo quando la nave da lui guidata ha cominciato ad affondare… Diliberto,
Ferrero e Vendola sono gli epigoni di questa storia ingloriosa e non è un caso che, pur
da posizioni diverse, sono andati tutti consapevolmente verso una sconfitta cocente alle
ultime elezioni abdicando anche a contenuti e simboli della propria storia.”
Venti anni di “coazione a ripetere” elettoralista però non sono pochi e quella
concezione delle cose e del mondo ha lasciato il segno anche nella testa e nella
coscienza di quei migliaia di militanti e simpatizzanti che si sono spesi con generosità e
con disinteresse personale. Oggi questi si trovano non solo senza dirigenti in grado di
assumersi le loro responsabilità, ma anche senza strumenti di interpretazione delle
dinamiche generali, politiche e sociali che li aiutino ad orientarsi in questo labirinto
dentro una agonia che sembra non finire mai e che si trascina da scadenza elettorale a
scadenza elettorale. Non è perciò sufficiente indicare di chi è stata la responsabilità, ma
diventa necessario assumersi l’onere della ricostruzione di un punto di vista marxista e
di una prospettiva comunista….”
Come si vede il tema unico è quello di un vero e proprio forcing politico verso quel che resta di
Rifondazione Comunista e dichiaratamente contro i suoi dirigenti, cui si attribuiscono tutte le colpe
di una “fine ingloriosa”. Non che non lo meritino, ma non sono certo gli unici ad aver accreditato il
campo socialista” e le sue “materializzazioni ingloriosamente scomparse”. Perché è di questo, e
non di altro, che si tratta. Siccchi voglia contribuire a tracciare la prospettiva del “socialismo per
il XXI° secolo non può eludere un nodo presente alla percezione e al sentimento di milioni e
milioni di proletari in ogni parte del mondo.
La nostra tesi
Secondo la nostra tesi, non tarata sugli “ultimi venti anni” ma definita negli anni ’50 del dopoguerra
quando il “comunismodegenerato di Mosca raggiungeva l’apice del successo, a crollare non è
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stato nessun “socialismo realizzato. Quelli che questi compagni continuano a chiamare “paesi
socialisti” non erano affatto tali, trattandosi di capitalismi con una sovrastruttura statal-
amministrativa arretrata (inizialmente necessaria per una centralizzazione delle forze produttive
impossibile per altra via), che i primissimi tornanti della crisi globale hanno spazzato via, peraltro in
corrispondenza di coefficienti ora divenuti più maturi e che spingevano anche dall’interno per
rompere il guscio (protettivo e poi contenitivo).
I compagni della Rete, che in questo stesso documento si dicono “non crollistiper quanto riguarda
il capitalismo (e possiamo condividere in linea di massima questo punto), paradossalmente lo
sarebbero invece per il socialismo, se ancor oggi vanno scrivendo che il “socialismo”, “realizzabile
- secondo staliniana definizione - in ogni singolo paese” e realizzato in terra per l’arco storico di
settant’anni su una parte non piccolissima del pianeta, sarebbe poi crollato fragorosamente sotto la
spinta dello “sviluppo dei sistemi produttivi e della produttività sociale” impulsati dal capitalismo
come controtendenza e antidoto alla propria crisi. Dunque è escluso il “crollismo” riferito al
capitalismo, ma si ammette il “crollo più plateale del “socialismo stesso con tanto di
restaurazione capitalistica”. Così si dà una rappresentazione del corso storico che salta allindietro
come il gambero e, soprattutto, si cedono totalmente le armi all’ideologia del capitalismo e alla
propaganda borghese. Altro che “egemonia culturale”!
La tesi corretta, e che sola può essere posta a base della “ricostruzione di un punto di vista marxista
e di una prospettiva comunista”, è quella che negli eventi di fine’80 primi 90 del passato secolo
non vede nessuna scomparsa del comunismo, perché all’Ottobre Comunista difettò quasi subito,
non “negli ultimi venti anni” (semmai “negli anni ‘20” per come di seguito precisiamo), l’ossigeno
ulteriore che solo gli avrebbe permesso di consolidare i suoi primissimi passi appena intrapresi.
Dopo lo squarcio di luce della Comune di Parigi (questi i nostri riferimenti, che rimarchiamo a petto
di analisi comuniste” che abbondano di richiami al “Risorgimento”!), il comunismo è “apparso
con slancio rinnovato in Russia, e poi in Germania, quindi in Cina etc. per mandare all’aria i piani
di distruzione della prima guerra mondiale imperialista. Una gloriosa irruzione sulla scena mondiale
e nella guerra del capitale che ha lasciato tracce, anche durature, segnando il corso storico dei paesi
attraversati e del mondo intero, ma che non ha potuto saldare e consolidare le forze necessarie per
garantire il seguito iscritto nel suo programma.
Non appartengono di certo a quell’atteso seguito le “costruzioni socialiste” andate in macerie con la
dissoluzione dell’URSS, né le sue sotto-derivazioni nazionali su diverso piano tipo il nostrano PCI.
All’esito degli scontri cruciali degli anni ’20 e ’30 del passato secolo la borghesia mondiale riuscì
infine a piegare il partito mondiale - e, su un piano diverso, le stesse masse proletarie -
all’abbandono del programma della Rivoluzione ben presto “riadattato” in direzione di
costruzioni” affatto diverse, quelle che dichiaravano di prendere in carico le istanze di crescita del
proprio paese (in effetti del capitalismo nazionale) dal punto di vista del proletariatoper come
possibile e fin quando dato. Nell’89 e negli anni seguenti questi reali capitalismi, scossi dalla crisi,
hanno dovuto scrollarsi di dosso i residui orpelli finto-“socialisti” per poter proseguire senza
impacci la corsa di competitori capitalistici a tutti gli effetti ora più avanzati e maturi.
Questo è il bilancio dei fatti da contrapporre alla “fine della storia” cantata dai borghesi. Il
proletariato rivoluzionario è stato sconfitto nel suo assalto al cielo degli anni ’20, quando ha dato la
sua battaglia di classe senza riuscire a conquistare gli obiettivi del suo programma storico, che così
è stato consegnato come compito agli assalti del futuro. Ne consegue che oggi, quando il
capitalismo torna ad avvolgersi nelle spire della crisi, il proletariato è senz’altro messo a mal partito
(per le pessime abitudini e le micidiali illusioni introiettate in una lunga fase di stabilità e
affluenzanelle metropoli…) ma non ha subito nei tempi recenti alcuna “sconfitta storica”, per
una battaglia di classe che ancora non è stata lanciata e ancora deve essere combattuta nei termini,
ora riproposti, dello scontro decisivo tra inconciliabili alternative di classe e di sistema.
La Rete dei Comunisti scrive invece di “sconfitta storica degli anni ’90”. Secondo questa
ricostruzione” il proletariato negli anni ’90 avrebbe subito una sconfitta storica. A voler dar credito
a una tesi del genere dovrebbe aggiungersi che il proletariato sarebbe stato sconfitto perché dopo
aver raggiunto e realizzato le proprie conquiste “socialiste” le avrebbe viste dissolversi nei crolli
susseguitisi in due-tre anni. Ne consegue che proprio quando la crisi inizia a rimettere in campo i
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coefficienti oggettivi dello scontro tra capitalismo e socialismo, il proletariato si presenterebbe al
fischio d’inizio della partita di classe che si riapre gpesantemente “sconfitto”, sconfitto, si badi,
per lauto-liquefazione del socialismo “materializzato(che, se fosse vero, lo/ci escluderebbe da
ogni possibilità di recupero).
Nessuna “sconfitta storica” per il proletariato negli anni ’90 del passato secolo!
Ora noi non sottovalutiamo affatto gli effetti del “crollo dei paesi socialisti sulla complessiva
tenuta del proletariato. Si tratta di effetti all’immediato deprimenti soprattutto sul piano della
dispersione definitiva di quanto ancora restava in piedi della precedente organizzazione. Si tratta di
crolli che non potevano restare senza conseguenze sulle classi sfruttate (delle metropoli e delle
periferie) anche perché il capitalismo imperialista d’Occidente vi ha lucrato tutto il possibile
economicamente (solo fino a un certo punto) e soprattutto politicamente (moltissimo) per poter
riaffermare il dominio dei propri interessi sulle aspettative di riscatto delle masse proletarie del
mondo intero. Aspettative di riscatto che per un intero ciclo si sono legate allidea del socialismo e
all’Ottobre Comunista attraverso il riferimento a quel “comunismodi Mosca che agli occhi delle
masse risultava esserne, come che fosse, la concreta realizzazione e prosecuzione nelle condizioni
date.
Quindi non ci sogniamo di credere e né di dire che sia riaperta all’immediato la strada del ri-
orientamento del proletariato mondiale verso il programma del comunismo autentico. Sapevamo
prima e vediamo oggi che conon è. In tal senso la questione ci riguarda e non ce ne laviamo le
mani.
Fermo questo, ognuno però si tenga le proprie “sconfitte storiche”! Possiamo capire che una
certa “cultura politica” nei crolli del “socialismo reale” abbia vissuto la sconfitta dell’orizzonte da
essa coltivato e mai messo in discussione, ma è altrettanto certo che il proletariato, che pur abbiamo
detto non essere estraneo a quegli eventi, non ha perso in quei crolli alcun baluardo di affermazione
e di difesa degli interessi della propria classe, co come è altrettanto noto che non ha mosso un solo
dito combattuto alcuna battaglia per opporvisi, e insomma non ha subito “negli anni ‘90”
alcuna “sconfitta storica” se anche in quei crolli si è annunciata la crisi capitalistica che va
rimettendo al centro dello scontro l’alternativa decisiva tra capitalismo e socialismo anche avendo
sgombrato il tavolo da “comunismi” fasulli e relativi antistorici equivoci.
Peraltro nello stesso testo della Rete leggiamo che “l’inserimento della Cina… e di molti altri paesi
nella produzione di merci e del mercato mondiale ha ridotto gli spazi da poter ancora
capitalistizzare…” e che “la Cina (insieme ad altri paesi cosiddetti emergenti, n.n.) agisce dentro il
modo di produzione capitalistico”. Insomma il “comunismo cinese non ha subito alcun crollo,
tutt’altro, eppure in questo caso non si favoleggia di “socialismi realizzatie si dicono invece come
stanno esattamente le cose: “paesi politicamente non subordinati” ma “che operano all’interno del
capitalismo”.
A fronte di questa reale sostanza, torniamo a dire, non è forse inverosimile e scopertamente forzato
affermare che soltanto dagli ultimi venti anni deriverebbe lo sconquasso?
Dagli anni ’90” il baricentro dell’azione politica sarebbe stato spostato “dalla classe reale alla
dimensione istituzionale”? Non è vero: la dimensione istituzionale e l’elettoralismo sono la
sostanza e il contenuto dichiarato delle “svolte” togliattiane del primissimo dopoguerra insieme alle
regole stesse della democrazia borghese che quelle svolte hanno assunto come proprio orizzonte
finale. Tutt’al psi può considerare che nel mondo “diviso in blocchi” al PCI, che nondimeno ha
avuto modo di integrarsi nella rete degli interessi capitalistici e nello Stato borghese ponendosene
all’occorrenza come baluardo di ferro, era negato l’accesso diretto alla stanza dei bottoni, quando
invece a muri crollati (e Bolognine consumate) gli si sono spalancate davanti le porte del governo.
Prima il PCI non poteva rinunciare in toto alla piazza che reclamasse il suo diritto a governare, dopo
è scattata la regola della totale paralisi sociale se il neo-centro-sinistra governi o concorra a
governare. Questo è vero e non saremo mai secondi a nessuno nel denunciare i guasti che derivano
dall’incapacità di combattere efficacemente direzioni sindacal-politiche disposte a concepire una
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mobilitazione finta che possa danneggiare il centro-destra se è questo a governare, per smobilitare
invece la piazza il giorno dopo se al governo vada il centro-sinistra. Ma ciò non c’entra niente e non
esclude affatto che l’elettoralismo e la dimensione istituzionale sono stati sempre al centro
dell’azione del “partito nuovo” quale lo si conosce dal 1944.
“La finale estinzione di una storia politica”
L’ “inaridimento del pensiero marxista”, il “progressivo indebolimento del movimento di classe”,
la “consumazione del capitale politico e sociale accumulato (?!, n.n.) nel 900”, “i segni lasciati
nella testa e nella coscienza dei militanti da quella concezione delle cose e del mondo”, la finale
estinzione di una storia politica”, tutte queste cose, che si leggono nel documento della Rete dei
Comunisti, sono cose vere. Ma ci si faccia il piacere di voler dare a bere che tutto sarebbe dipeso
dallo “spostamento dei baricentri negli ultimi venti anni” e ci si impegni piuttosto a dare una
spiegazione coerente e almeno proporzionata all’entità dei disastri descritti.
La “scomparsa delle forze comuniste” non può intendersi banalmente come il flop della “lista
Ingroia” che lascia fuori dal parlamento gli ultimi “comunisti” italiani camuffati in quei ranghi.
Si tratta della liquefazione ormai pressoché totale in Italia e altrove del movimento
“comunista” già protagonista della scena politica mondiale per una lunga fase storica.
la “scomparsa” è circoscritta al perimetro dellattuale PRC, come abbiamo letto, perché
coinvolge anche PDS-DS-PD e SEL (quand’anche costoro restino fuori dall’obiettivo polemico
della Rete dei Comunisti), ovvero quanti avevano già cancellato da tempo (vent’anni fa o più
recentemente) ogni proprio precedente riferimento al “comunismo” così riuscendo a conservare gli
scranni (ma essendo finiti a governare con gli ex-fascisti i primi e a inseguire questo gioco i
secondi).
Ciò in quanto non si tratta di rappresentanze parlamentari “comuniste” andate in fumo ma, ben p
sostanziosamente, del processo che ha infine dissolto il legame già esistente tra il PCI e il
proletariato italiano che in quel partito nella sua stragrande maggioranza si era riconosciuto per
un’intera fase storica.
E’ la fine del lungo ciclo del PCI (legato alla fine del ciclo del “comunismomondiale con centro
a Mosca) in quanto partito della classe proletaria. (Si veda anche l’inchiesta pubblicata
dall’Unità del 19/08/13 dal titolo significativo “Lavoratori e voto: c’era una volta l’identi di
classe, dove si legge che oggi solo un 30% tra i lavoratori dipendenti e i pensionati, meno ancora
tra i disoccupati, rivolge la sua fiducia genericamente al centro-sinistra).
Pur scontati i migliori proponimenti, quindi, la ricostruzione di un punto di vista marxista e della
prospettiva” che ci propina la Rete dei Comunisti, in quanto basata sulla rimozione tattica” di
questi temi nodali, non può che risultare ingarbugliata in generale e a tratti sconcertante.
Ci riferiamo innanzitutto al giro e rigiro di paragoni e differenze tra “fasi storicheattraverso il
quale la Rete dei Comunisti punta a “nobilitare” teoricamente la propria proposta con il riferimento
a Gramsci.
Cancellato l’Ottobre Comunista, spunta fuori invece il “Risorgimento nazionale”
Leggiamo nel documento, cercando poi di mettere almeno in successione cronologica i vari periodi
come la Rete li ha “ricostruiti”:
Gli anni ’20 e ’30 segnarono l’onda lunga della crisi capitalistica prima della seconda
guerra mondiale; crisi certamente del capitalismo ma anche del movimento operaio
europeo che si era infranto e distrutto sulla prima guerra imperialistica mondiale,
schierandosi con le proprie borghesie nazionali contro il proletariato ed i popoli degli
altri paesi europei”.
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Completamente diversa dagli “anni ’20 e ’30”, periodo “in cui Gramsci elaborò il suo pensiero”, è
invece “la fase storica degli anni ’70 che vedevano un incalzante movimento rivoluzionario
internazionale…” (differenza che spiegherebbe perché questi compagni non innamorati di Gramsci
negli anni ’70 se ne innamorano oggi -?!-).
Successivamente “i processi di riorganizzazione del capitalismo degli anni ’80 e ’90 hanno
riportato la classe lavoratrice all’interno delle compatibilità economiche e politiche
capitalistiche”. Dunque negli anni ’70 avremmo avuto un inizio di fuoriuscita “dalle
compatibilità del capitalismo”(!?).
Tornando a Gramsci, “quel periodo storico (gli anni ’20 e ’30 di cui sopra, n.n.) e il riflesso che di
questo traspariva tramite il pensiero di Gramsci è oggi molto più vicino alla nostra condizione, ai
caratteri strutturali della crisi, allo spaventoso arretramento del movimento comunista, di classe
ma anche di quello democratico (sic!, o le virgole sono messe male o esisterebbe un “movimento
comunista di classe” e un “movimento comunista democratico”, n.n.).
Infatti “la nostra condizione” è quella segnata dalla ”sconfitta storica avuta negli anni ’90”.
Ora però, anno 2013, la crisi economica sta riaprendo i giochi e “una profonda crisi di egemonia
attraversa tutto l’occidente e impone il cambiamento radicale. Da qui il titolo del documento:
“Rivoluzione: è il senso del momento storico”.
Qui, francamente detto, si gioca con le parole (lasciamo perdere la teoria”…) e con la storia, che
ovviamente ciascuno può ricostruire” come vuole, soprattutto se non crede e non lavora per un
nuovo Ottobre ma sogna tutt’altre “ipotesi di cambiamento e di rottura”. Leggeremo più oltre che
“oggi non si intravede l’assalto al Palazzo d’Inverno e l’insurrezione armata…”.
Annotiamo innanzitutto che, pur nel contesto di ricostruzioni storiche che hanno la pretesa di
collegare e spiegare un sacco di cose (invero valorizzando preferibilmente quanto meno appartiene
o non appartiene affatto alla storia e alle conquiste della nostra classe), “l’assalto al palazzo
d’inverno” viene minimizzato alla stregua di una fiaba consolatoria di tempi andati e realmente
bollato come riferimento inadeguato per la “rottura rivoluzionaria” che si impone” nel “contesto
storico che stiamo vivendo”. Abbondano invece - qui e altrove - i riferimenti al “Risorgimento
italiano”, che, quand’anche sia realmente lontanissimo dal “contesto storico che stiamo vivendo”,
secondo la Rete dei Comunisti sarebbe invece denso di vivi rimandi per l’attualità.
Nel Risorgimento, come anche nella fase di ricostruzione successiva alla seconda guerra
mondiale”, la Rete dei Comunisti vede l’affermarsi (preceduto da “una fase di crisi” gravida di
“possibile trasformazione rivoluzionaria…”) di un nuovo “blocco storico” che avrebbe infine
“conquistato l’egemonia”. Nel primo caso ”nell’affermazione dell’indipendenza nazionale nel
Risorgimento… contro lo straniero e per la costruzione dello Stato borghese”, e nel secondo “dopo
la seconda guerra e la lotta di liberazione… nella ripresa della produzione industriale, nel nuovo
ruolo interventista dello Stato, nel compromesso democratico sancito dalla Costituzione italiana
che ha permesso la ricostruzione economica, politica, sociale e culturale dell’era post-fascista”.
Messo da parte l’Ottobre, la ricostruzione” si appunta sugli esempi di “blocchi storici” che
avrebbero “imposto la propria egemonia” sui terreni dell’ “indipendenza nazionale contro lo
stranieroe del “compromesso democratico sancito nella guerra di liberazione e consacrato nella
costituzione“. Da questi esempi “gramsciani” si avrebbero i giusti presagi per la “prospettiva
rivoluzionaria” del futuro.
Ma lo sconcerto non finisce qui. Cosa c’è dentro il passaggio confuso e volutamente ambiguo sulla
“crisi spaventosa negli anni ’20 e 30 del movimento operaio europeoun movimento operaio
infranto e distrutto sulla prima guerra mondiale”?
Una “ricostruzione” capovolta
Che lo scontro degli anni ’20 si sia concluso (peraltro negli anni finali di quel cruciale decennio e
ancora nel decennio successivo) con la sconfitta del proletariato rivoluzionario è noto. Si può
ancora mandar per buono il cosiddetto “arretramento negli anni 20 e ’30” se si allude al
successivo riflusso dell’ondata rivoluzionaria del 1917 e anni immediatamente seguenti.
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Ma qui non si dice questo.
Qui si “ricostruisce” un arretramento che copre l’intero arco che va “dalla prima guerra mondiale
agli anni ’20 e ’30” e che sembrerebbe risolversi positivamente, nella visione della Rete dei
Comunisti, solo con l’affermazione del nuovo “blocco storico… dopo la seconda guerra e la lotta
di liberazione”.
Ma co facendo si mettono insieme arretramenti” diversi. Un conto è l’adesione dei partiti della
Seconda Internazionale alla guerra imperialista (crisi spaventosa quand’anche non improvvisa
perché maturata nell’intero ciclo che a quello svolto conclude), altra cosa è il riflusso dell’ondata
rivoluzionaria che ebbe a reagire con orgoglio e forza al 4 agosto del 1914 (il voto dei crediti di
guerra da parte della socialdemocrazia tedesca) proiettandosi dal 1917 russo verso l’Europa e in
Germania, negli anni ’20 e con sussulti di rivoluzione anche nel decennio successivo.
Noi neghiamo l’esistenza di un corso uniforme e indifferente di “crisi spaventosa” che copra
l’intero arco considerato, perché così si omette la realtà di uno scontro cruciale e solo al termine di
esso il riflusso della lotta e la sconfitta.
La ricostruzione” della Rete dei Comunisti ancora una volta salta completamente l’Ottobre e la
rivoluzione proletaria. Tra il disastroso arretramento del movimento socialista che si infranse sugli
scogli della prima guerra e gli “anni 20 e ’30 che segnarono la crisi spaventosa del movimento
operaio europeo” c’è di mezzo la Rivoluzione Proletaria e la sua vittoria in Russia. C’è il rimando
della Rivoluzione in Europa con la Rivoluzione che esplode anche in Germania. Un conto è dire che
l’assalto rivoluzionario non ebbe la forza sufficiente e risultò infine sconfitto, tutt’altra cosa è
minimizzarlo e cancellarlo dalla “ricostruzione”!
Se poi si volesse dire che la rivoluzione ci fu in Russia mentre “il movimento operaio europeo”
avrebbe fatto schifo dall’inizio alla fine, dal 4 agosto 1914 fino alla “lotta di liberazione nella
seconda guerra e al blocco storico del secondo dopoguerra”, allora suggeriamo ai compagni della
Rete di lasciar perdere per almeno un paio d’anni le “ricostruzioni” e andare a conoscere attraverso
quali lotte il proletariato rivoluzionario tedesco (non il solo in Europa) ha infine ceduto le armi alla
propria borghesia e poi al nazismo.
Ma i Comunisti della Rete proprio questo intendono se scrivono più oltre di ottica eurocentrica
secondo la quale tutto ruota attorno al punto più avanzato dello sviluppo capitalistico… il che
riproduce, sia nella sinistra riformista che in quella più radicale, una visione che riteniamo essere
economicista e che già una volta è stata superata dalla storia (la rivoluzione mancata in
occidente)”.
Sì, la chiave di soluzione dei problemi si trova nel punto più avanzato del capitalismo, ma questo
non ha niente a che fare con supposti eurocentrismi”.
Il punto dirimente è invece un altro. Eche i comunisti affidano questa soluzione al protagonismo
rivoluzionario del proletariato e delle masse sfruttate del mondo intero nella prospettiva del
socialismo, mentre sia la sinistra riformista e sia la sinistra pseudo-“rivoluzionaria” della Rete
dei Comunisti la affidano a un “blocco sociale” con “settori di borghesia nazionale” (finanche
in un paese come l’Italia, quando un “blocco” del genere è da escludersi negli stessi paesi
dominati) per programmi diversi su dati punti (dentro o fuori dall’Euro) ma in ogni caso
votati alla salvezza della propria nazione che sappia andare a difendersi i propri interessi -
capitalistici - nella contesa internazionale!!
Noi, lasciando cadere a terra i giochi i prestigio sulle “ottiche eurocentriche” e le “visioni
economiciste” che accomunerebbero “sinistra riformista” e “sinistra più radicale”, respingiamo la
sostanza che viene avanti da questa “ricostruzione”. Essa mette al centro tutti i risorgimentie
le ricostruzioni nazionaliche popolano le menti e le aspettative della Rete dei Comunisti, mentre
invece lascia cadere, svalorizza e cancella i riferimenti alla Rivoluzione Proletaria anche quando si
stabiliscono strampalati paragoni sui periodi storici segnati a caratteri di fuoco dalla lotta
rivoluzionaria del proletariato.
Peraltro come possono i “comunisti del XXI° secolo riempirsi la bocca dei “risorgimenti
nazionali” dimenticando che i “comunisti del XIsecolonon si sono appiattiti sulle rivoluzioni
nazional-borghesi di quella fase storica (irripetibile al presente), ma vi hanno partecipato nelle
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prime linee sul proprio distinto programma dato alle stampe pochi mesi prima dell’esplosione del
1848 europeo nel Manifesto del partito comunista ?
Davvero non è successo niente in Germania dall’autunno 1918 in poi?
La Rivoluzione proletaria in Russia e in Germania, tornando agli anni ’20, ha defenestrato lo zar da
una parte e il kaiser dall’altro, ha posto fine alla prima guerra mondiale, ha dato vita alla Terza
Internazionale con le sue sezioni sorte in tutto il mondo. Se il movimento operaio europeo nella
prima guerra ha visto realizzarsi la sua disfatta, è anche vero che il proletariato mondiale vi ha
saputo reagire, non con la forza sufficiente a ribaltarne completamente gli esiti ma certo
riaffermando concretissimamente il programma del comunismo rivoluzionario contro il cosiddetto
tradimento” della socialdemocrazia.
In Germania parliamo a pieno titolo di rivoluzione sconfitta e non di “rivoluzione mancata”.
Se i compagni della Rete vogliono esempi più calzanti della disfatta di un proletariato dimentico del
suo programma e inchiodato sui fronti di guerra al carro della borghesia per tutto il tempo ad essa
necessario, gli suggeriamo la disfatta - questa totale - della seconda guerra mondiale (da essi
letta all’opposto).
Gli ricordiamo inoltre che, se nel 1919 i comunisti fondarono l’Internazionale Comunista, nel 1943,
come omaggio di fedeltà ai suoi neo-alleati imperialisti, Stalin decretò lo scioglimento formale della
Terza Internazionale.
E’ chiara la differenza? Non sembra, posto che il documento della Rete vede soltanto spaventosi
arretramenti” nella prima guerra mondiale e in quel dopoguerra, e invece “l’affermarsi di un
blocco storico dopo la seconda guerra mondiale e la lotta di liberazione”, che per noi è stato solo
un blocco di granitica e duratura controrivoluzione mentre la Rete, se ne mettiamo a fuoco per il
verso giusto le aggrovigliate suggestioni, vi vedrebbe piuttosto una positiva “era di ricostruzione
post-fascista”!
Dopo di che non si capisce più se ciò che anima questi compagni è la difesa dellintero corso storico
del “socialismo reale” alla staliniana maniera “salvo gli ultimi venti anni” (come farebbe credere
l’appellativo di “finto ortodosso” riservato a Cossutta), o se essendosi distaccati infine da quella
“visione eroica” lo si sia fatto buttando a mare il bambino (l’Ottobre) e conservando in altra e
diversa versione l’acqua sporca di nuovi pseudo-“socialismi” presuntamente validi per il XXI°
secolo (negli “anni ventisarebbe mancata la rivoluzione in occidente”, adesso l’Ottobre - cila
rivoluzione - non andrebbe più bene né per l’occidente e né per le periferie).
Questo significa che nel “pensiero politico” della Rete l’abbandono del socialismo reale” come
blocco monolitico in supposta perfetta continuità da Marx fino al 1989 ha assunto il senso di un
complessivo mollare gli ormeggi della rivoluzione proletaria e della sua teoria, impipandosi
altamente di una effettiva “ricostruzione” organica dal punto di vista storico-politico e teorico e
disponendosi piuttosto a prendere “dalla cassetta degli attrezzi del marxismo” gli spizzichi e
bocconi che di volta in volta fossero ritenuti utili (e adesso i “blocchi storici” e l“egemonia” di
Gramsci).
A ben pensarci crediamo che siano vere entrambe le cose, l’una conseguente all’altra, prima
l’ancoraggio da pretesa “sinistra rivoluzionaria e di classe” alla fasulla ortodossia” staliniana, e
poi, esplosa la bolla, l’abbandono finale di ogni residuo ancoraggio al marxismo rivoluzionario tout
court (con la riscoperta di Risorgimenti per l’Italia del 2013…).
Non a caso la Rete dei Comunisti mette le mani avanti scrivendo che “la nostra elaborazione e la
proposta politica non può essere storicamente astratta (il richiamo alla rivoluzione, al proletariato,
alla classe operaia etc.)…”. Potremmo convenire sul fatto che richiami astratti non servono, ma qui
la Rete dei Comunisti fonda la presunta “non astrattezza della sua elaborazione” sulla plateale
cancellazione di ogni traccia della Rivoluzione Proletaria. Un conto è richiamarsi non astrattamente
al proletariato e alla sua rivoluzione, altro conto è cancellarli dalla “ricostruzione” e nella
prospettiva futura.
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“A pensar male si fa peccato ma ci si azzecca”
Andando avanti nella lettura ammettiamo che per noi è un susseguirsi di pensieri peccaminosi”…
che però trovano conferma al rigo successivo.
La Rete ha introdotto con enfasi la “fase dei cambiamenti radicali” e titola il suo documento con
“la Rivoluzione che è il senso del momento storico”, ma poi, indirizzando il tiro, aggiunge che
“ricomincia a emergere in vario modo ed a trovare spazio, inaspettatamente anche per noi, la
parola rivoluzione (per i rivoluzionari” della Rete dei Comunisti è inaspettato che si torni a parlare
di rivoluzione?!, n.n.), già messa al bando ma che oggi si riaffaccia nella realtà e nei pensieri sia
delle classi dominanti che di quelle subordinate”.
Ohibò: l’ “assalto al palazzo d’inverno” non si intravede e si intravede invece la rivoluzione che
si riaffaccia nei pensieri delle classi dominanti? Ma di che cosa si sta parlando? Di rivoluzione?
Di quale rivoluzione? Quando mai le classi dominanti pensano e fanno la rivoluzione? Qui si
mischiano le carte: si cala con enfasi lasso della rivoluzione” e poi con la carta successiva esce
fuori che si tratta di tutt’altro, si tratta della rivoluzione delle classi dominanti!
Leggiamo il seguito: ”il cambiamento radicale ormai si impone… ed ogni classe lo interpreta, lo
auspica e lavora affinché questo vada a proprio vantaggio” (!?!?). Cioè, se mai qualcuno avesse
ipotizzato altri più congrui significati, qui la replica è netta: alle classi dominanti si riaffaccia il
pensiero della rivoluzione non come paura per una rivoluzione che esse potrebbero subire, ma
proprio in quanto rivoluzione di cui le classi dominanti si metterebbero alla testa “affinché il
cambiamento vada a proprio vantaggio”. Ma un “cambiamento che vada a vantaggio delle classi
dominanti”, ci spieghino questi strateghi, che razza di “rivoluzione” sarebbe?!?! E perché chiamarla
rivoluzione”?!?!
Vogliamo rimettere le cose in ordine? Gli equilibri di potere delle classi dominanti sono scossi dalla
crisi, e le classi dominanti possono pensare ai cambiamenti anche radicali di cui intravedono la
necessiper fare nessunissima “rivoluzione” bensì per poter conservare il capitalismo e il proprio
potere. Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la “rivoluzione”, quand’anche si possano ascoltare
rappresentanti del capitalismo parlare di “crisi rivoluzionaria” e finanche di “crisi benedetta se
costringe il capitalismo a riformarsi radicalmente” e ciò anche nel senso di tagliare le unghie alle
sue punte più estreme di rapace avidità di profitto, ma per garantirgli la sopravvivenza come sistema
generale votato al profitto magari lasciando campare solo un po’ meno peggio la massa che
ordinariamente opprime. Un Sebastiano Barisoni da Radio 24 Ore (lo stesso che si profonde in
sentite reprimende sulle responsabilità della Germania”…) può anche dire cose del genere non per
volgare propaganda del “migliore dei mondi possibile” che saprebbe anche emendarsi, ma
confidando sinceramente in quanto singolo che la belva carnivora possa essere messa a dieta
vegetariana. Ma la sostanza non cambia. Intanto le “rivoluzioni” che fanno costoro sono quelle che
precarizzano sempre di più la vita dei proletari e gli stringono al collo il cappio dell’oppressione.
Ma quand’anche dovesse darsi qualcosa presentabile con tinte di “capitalismo socialmente
riformatogiammai si tratterebbe di “rivoluzione”. I comunistidovrebbero essere gli ultimi ad
acconsentire a un tale mischio di ambiguità che, ove avvalorato, consentirebbe alla borghesia e al
capitalismo di rivendicare - a tempi storici ultrascaduti - inesistenti protagonismi rivoluzionari
propri. G i più agguerriti difensori dello sfruttamento capitalistico si sono appropriati
dell’ideologia del riformismo a pro del capitale e contro il mondo del lavorofagocitando ogni
idea di “riformismo operaio”; ora la Rete intende attribuire ai capitalisti anche “pensieri di
rivoluzione”? Programmi di rivoluzione (borghese) essi li hanno realmente avuti ma alle loro
origini quando si trattava di sbaraccare l’ancient regime. “Nel contesto storico attuale”, tutt’al
contrario delle facezie sottoscritte dalla Rete, la rivoluzione appartiene al proletariato o a nessun
altro!, al suo orizzonte di società umana totalmente contrapposta e alternativa al capitalismo e alla
prospettiva borghese.
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“Ri-affinamenti” e “Riforme non riformiste” del marxismo: alla buona occorrenza si scopre
Gramsci
A questo punto possiamo tornare con qualche elemento in più al punto iniziale per vedere se in
questo gioco di specchi si riesce ad afferrare almeno qualche riflesso sfuggente così arrivando ad
identificare quella cultura politica - di cui scrive la Rete - che nel nostro paese si è andata sempre
più inaridendo…”.
La Rete scrive ancora di una concezione rivoluzionaria materializzata in partiti, movimenti ed
entità statali nella dimensione mondiale e poi ancora di tensione storica nella quale era
cresciuto sia il PCI sia la sinistra rivoluzionaria prodotta in Italia dal biennio ‘68/’69.
Abbiamo letto poi del pensiero comunista che si era andato sedimentando nei militanti e nel
paese fin dalla fine degli anni ’60, e che successivamente ebbe a sussumere anche i resti della
sinistra rivoluzionaria uscita sconfitta dal durissimo scontro politico e sociale degli anni ‘70.
Mettendo insieme ammiccamenti e allusioni cogliamo pche altro il senso di una ricostruzione”
che pone i compagni della Rete dei Comunisti, in quanto espressione (non unica, vogliamo credere)
della “concezione” e della “sinistra rivoluzionaria materializzatesi dalla fine degli anni ’60”, al
centro di un’operazione che si rivolge, da un lato, alla cosiddetta sinistra del PCI ovvero ai residui
militanti proletari del fu PCI (ora PRC) considerati come non estranei a quella “concezione
rivoluzionaria” e alla tensione storica” di quel periodo, e, dall’altro, si offre di “sussumere” tutti i
resti della “sinistra rivoluzionaria uscita sconfitta dal durissimo scontro degli anni ’70”.
Di questa “ricostruzione” comprendiamo due/tre cose: innanzitutto il suo scopo pratico, che è quello
di “ricostruire” i processi secondo il metodo che semplicemente tiene in conto le residue forze
militanti che si punta a mettere insieme; in secondo luogo si rivendica e si fa leva a tal fine su un
patrimonio” che si dice “comune” alla sinistra “rivoluzionariadel ’68 e alla base militante del
PCI cui ora ci si rivolge nei ranghi dispersi e demoralizzati di Rifondazione; la conferma, infine,
che la spinta rivoluzionaria” del ’68 non ha affatto rotto con l’orizzonte politico del riformismo e
del PCI, se il progetto che si è a lungo perseguito e che ora, dopo l’ennesima disfatta elettorale,
viene vieppiù rilanciato dalla Rete dei Comunisti è quello di unificare le forze “rivoluzionariegià
fuoriuscite dal solco del PCI nel ’68 con la sinistra rimasta nel PCI stesso, imputandosi a
Cossutta (“finto ortodosso”) e ad altri (Magri, per non dire di Diliberto e Ferrero) di essere mancati
a questo compito.
Nel dir ciò non sottovalutiamo e non sviliamo il risveglio alla lotta del ’68, ma ne traiamo la
conferma che la “nuova sinistra rivoluzionariada esso proiettata sulla scena, nella sua critica alla
sinistra ufficiale e al riformismo, è rimasta pur sempre organicamente allinterno dell’orizzonte
politico dello stalinismo, sia esso doc o ammantato di riserve verso il personaggio Stalin ma
nondimeno nel solco unico della propria specifica via nazionale al socialismo (una canzoncina di
quegli anni diceva: “siamo tutti a conti fatti gli adottivi di Togliatti”…).
Questopensiero comunista” e questa “cultura e concezione rivoluzionaria” “accumulatasi nel
‘900” (dunque “dalla fine degli anni ‘60” ma non senza sia pur generici rimandi alla storia
precedente) negli ultimi venti anni sarebbero stati dispersi, inariditi e quant’altro dai dirigenti del
PRC.
L’ultima finale accusa che ad essi si rivolge è quella di non aver saputo portare avanti una riforma
non riformista del pensiero comunista”. Secondo la Rete dei Comunisti “il marxismo o meglio i
famosi “attrezzi della cassetta di Marx” andrebbero ri-affinati” e il “pensiero comunista” andrebbe
“riformato ma non in senso riformista”.
Con il che il contributodiventa addirittura deprimente se, pur tra spunti di analisi apprezzabili
(condivisibile è la griglia di analisi della crisi capitalistica), l’unico senso compiuto che è dato
cogliere è quello di un’operazione politica che, per mettere insieme più diversi cocci di una
“fine ingloriosa” che tutti insieme li riguarda, non prende in carico, come pur potrebbe e
dovrebbe, il compito di una vera “ricostruzione” che sia fondata su un approfondimento reale
e sulla coerenza di quanto si dice e sostiene.
Già il “pensiero comunista” vi viene rappresentato in modo sfuggente, escludendo intere correnti e
travisando la vera storia del comunismo. Del “pensiero comunista”, attraverso il riferimento al
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comune terreno” con la sinistra del PCI-PRC, appare chiara solo la genealogia e il DNA connotato
dall’abbandono e dall’annullamento del programma rivoluzionario entro l’orizzonte della borghese
democrazia. Ora si legge che questo “pensiero comunista” andrebbe riformato ma in modo non
riformista. Se non capiamo male, i dirigenti del PRC lo avrebbero riformato in modo riformista, la
Rete dei Comunisti lo riformerebbe in modo non riformista.
Che diavolo mai potrà significare la riforma non riformista?
Fatto certo è che a tal uopo la Rete dei Comunisti scopre “il pensiero di Gramsci”.
Gramsci peraltro ci viene presentato come “il fondatore del partito”. Vero che il gruppo dell’
Ordine Nuovo” confl nell’assemblea fondativa di Livorno ’21, ma è innanzitutto noto che la
fondazione del partito è da attribuirsi al coagulo di diversi gruppi e alla corrente, assolutamente
maggioritaria nel PCd’I oltreché saldamente ancorata al marxismo rivoluzionario (come non può
dirsi di Gramsci), che faceva capo alla rivista napoletana “Il Soviet”. Gramsci semmai può dirsi il
primo ri-fondatore” del partito, colui il quale su dettame di Mosca ne prese in carico la segreteria
nel supertaroccato congresso di Lione del 1926, avendo Mosca stabilito che la sinistra che si
riconosceva in Amadeo Bordiga, tuttora e per molti anni ancora assolutamente maggioritaria nel
partito stesso, dovesse essere scalzata dalle posizioni di direzione per fare luogo alla cosiddetta
“bolscevizzazione”. Francamente detto non ci interessa la rivendicazione sui nomi. La nostra
precisazione serve a rimarcare lo “stile della ricostruzione” orientata alla cancellazione di ogni
traccia di comunismo e marxismo autentici, cancellazione che non si arresta neanche davanti alla
falsificazione storica.
Il “pensiero di Gramsci” che ora torna utile alla Rete dei Comunisti lo abbiamo già ricordato nei
riferimenti alla crisi di egemonia” che starebbe attraversando l’Occidente e che renderebbe
possibile in prospettiva l’affermazione di un “blocco storicoche realizzi un nuovo equilibrio di
unità tra dato strutturale e dato sovrastrutturale (“coscienza egemonica”) trovando nella situazione
attuale i fattori predisponenti.
Tralasciando di considerare in questa sede “il pensiero di Gramsci”, ai nostri lettori di migliori
intenzioni consigliamo il testo di Christian Riechers “Gramsci e le ideologie del suo tempo”
edizioni Graphos/storia del 1993 (titolo originale “Antonio Gramsci Marxismus in Italien”
edizione Europäisches Verlagsanstalt 1970) dove è scritto tutto l’essenziale nostro.
Niente Ottobre. Ma quale sarebbe la prospettiva “adeguata al nostro contesto storico”?
”Parlare di rivoluzione in questo contesto non significa fare la rivolta qui ed ora, si
tratta invece di individuare quelle tendenze che portano ad una rottura del quadro
attuale e su queste lavorare per sedimentare forze…”.
“Occorre individuare i filoni internazionali che spingono in quella direzione e dare a
questa prospettiva una qualità del pensiero politico che faccia ritrovare tutti quei
contenuti che mantengono ancora una loro vitalità in grado di descriverci le dinamiche
reali della società in questo nuovo secolo”.
Neanche noi pensiamo che si tratti di “fare la rivolta qui ed ora” o di programmare l’insurrezione e
“l’assalto al palazzo d’invernoper dopodomani. Ma tra “la rivolta qui ed ora” e “le tendenze che
portano alla rottura del quadro attuale…” non c’è solo di mezzo la realtà di un proletariato allo stato
attuale incapace di qualsivoglia protagonismo anche solo minimalisticamente difensivo, percc’è
di mezzo un intero oceano quanto alla prospettiva cui ci si riferisce ed ancora.
La “rottura del quadro attuale” è un involucro vuoto che ciascuno può riempire di quel che
crede, salvo il fatto che se il proletariato non si attrezza a dichiarare e perseguire il proprio distinto
programma di rottura contrapposto a tutti i “pensieri di rivoluzione della borghesia” (del che non si
intravede traccia nel documento della Rete dei Comunisti), sarà la borghesia a dare il proprio senso
alla rottura del quadro attuale” nel riaffermato capitalismo (cosicché la Rete dei Comunisti possa
vedere realizzati i “pensieri di rivoluzione delle classi dominanti” e capire di che si tratta!).
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La “rottura del quadro attuale” è nel discorso della Rete la “rottura dell’Europa”, cui la Rete
peraltro non attribuisce il significato di rottura della catena della dominazione imperialista, perché si
tratta piuttosto di indicare all’Italia - nazione imperialista (questioncella notoriamente omessa in
questo genere di sermoni) - una diversa collocazione internazionale e di alleanze, un percorso di
fuoriuscita dall’Europa che non sovverte gli assetti dell’imperialismo ma solo ridetermina una
collocazione migliore per l’Italia e per altri paesi ritenuti interessati a condividerla, anche a misura
che “individua le tendenze” e “sedimenta le forze” di un “blocco sociale” amplissimo che
dovrebbe prendere in carico la rottura”.
Tralasciamo di commentare “quelle tendenze che portano a una rottura…” e i “filoni
internazionali che spingono in quella direzione”, ma proponiamo un premio Pulitzer per
contorsionismo verbale e fumisteria. Sulla ”qualità del pensiero politico” che occorrerebbe poi
dare a questa prospettiva” (quale prospettiva? “la rottura dell’Europa”?, n.n.), qui è scritto che il
marxismo in generale non è più in grado di descriverci le dinamiche della società attuale e per
questo i Comunisti della Rete si riservano di proporre la loro Riforma (maiuscolo nel testo, n.n.)
non riformista e di andare a “ritrovare” nella “cassetta degli attrezzi“tutti quei contenuti che
ancora mantengono una loro validità”, invalido il resto.
Su queste basi non ci sorprende che la prima pesca abbia tirato su le “categorie di Gramsci”.
Non “assalti al palazzo l’inverno” ma “transizioni” garantite da “vittorie elettorali
progressiste e governi democraticamente eletti”
Addentrandoci nei meriti ulteriori della “rottura” si legge che “la capacità di crescita economica e
di egemonia ideologica dei paesi imperialisti è ormai in crisi e non può più rappresentare in queste
condizioni una prospettiva per l’umanità”; ne consegue che “comincia ad emergere la necessità di
una alternativa sociale che significa riaprire una fase di transizione e di superamento del
capitalismo.
Oggi “le aree del mondo da sottomettere non sono governate da imperi in via di dissoluzione”,
oggi ci sono i