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stato nessun “socialismo” realizzato. Quelli che questi compagni continuano a chiamare “paesi
socialisti” non erano affatto tali, trattandosi di capitalismi con una sovrastruttura statal-
amministrativa arretrata (inizialmente necessaria per una centralizzazione delle forze produttive
impossibile per altra via), che i primissimi tornanti della crisi globale hanno spazzato via, peraltro in
corrispondenza di coefficienti ora divenuti più maturi e che spingevano anche dall’interno per
rompere il guscio (protettivo e poi contenitivo).
I compagni della Rete, che in questo stesso documento si dicono “non crollisti” per quanto riguarda
il capitalismo (e possiamo condividere in linea di massima questo punto), paradossalmente lo
sarebbero invece per il socialismo, se ancor oggi vanno scrivendo che il “socialismo”, “realizzabile
- secondo staliniana definizione - in ogni singolo paese” e realizzato in terra per l’arco storico di
settant’anni su una parte non piccolissima del pianeta, sarebbe poi crollato fragorosamente sotto la
spinta dello “sviluppo dei sistemi produttivi e della produttività sociale” impulsati dal capitalismo
come controtendenza e antidoto alla propria crisi. Dunque è escluso il “crollismo” riferito al
capitalismo, ma si ammette il “crollo” più plateale del “socialismo” stesso con tanto di
“restaurazione capitalistica”. Così si dà una rappresentazione del corso storico che salta all’indietro
come il gambero e, soprattutto, si cedono totalmente le armi all’ideologia del capitalismo e alla
propaganda borghese. Altro che “egemonia culturale”!
La tesi corretta, e che sola può essere posta a base della “ricostruzione di un punto di vista marxista
e di una prospettiva comunista”, è quella che negli eventi di fine’80 primi ’90 del passato secolo
non vede nessuna scomparsa del comunismo, perché all’Ottobre Comunista difettò quasi subito,
non “negli ultimi venti anni” (semmai “negli anni ‘20” per come di seguito precisiamo), l’ossigeno
ulteriore che solo gli avrebbe permesso di consolidare i suoi primissimi passi appena intrapresi.
Dopo lo squarcio di luce della Comune di Parigi (questi i nostri riferimenti, che rimarchiamo a petto
di analisi “comuniste” che abbondano di richiami al “Risorgimento”!), il comunismo è “apparso”
con slancio rinnovato in Russia, e poi in Germania, quindi in Cina etc. per mandare all’aria i piani
di distruzione della prima guerra mondiale imperialista. Una gloriosa irruzione sulla scena mondiale
e nella guerra del capitale che ha lasciato tracce, anche durature, segnando il corso storico dei paesi
attraversati e del mondo intero, ma che non ha potuto saldare e consolidare le forze necessarie per
garantire il seguito iscritto nel suo programma.
Non appartengono di certo a quell’atteso seguito le “costruzioni socialiste” andate in macerie con la
dissoluzione dell’URSS, né le sue sotto-derivazioni nazionali su diverso piano tipo il nostrano PCI.
All’esito degli scontri cruciali degli anni ’20 e ’30 del passato secolo la borghesia mondiale riuscì
infine a piegare il partito mondiale - e, su un piano diverso, le stesse masse proletarie -
all’abbandono del programma della Rivoluzione ben presto “riadattato” in direzione di
“costruzioni” affatto diverse, quelle che dichiaravano di prendere in carico le istanze di crescita del
proprio paese (in effetti del capitalismo nazionale) “dal punto di vista del proletariato” per come
possibile e fin quando dato. Nell’89 e negli anni seguenti questi reali capitalismi, scossi dalla crisi,
hanno dovuto scrollarsi di dosso i residui orpelli finto-“socialisti” per poter proseguire senza
impacci la corsa di competitori capitalistici a tutti gli effetti ora più avanzati e maturi.
Questo è il bilancio dei fatti da contrapporre alla “fine della storia” cantata dai borghesi. Il
proletariato rivoluzionario è stato sconfitto nel suo assalto al cielo degli anni ’20, quando ha dato la
sua battaglia di classe senza riuscire a conquistare gli obiettivi del suo programma storico, che così
è stato consegnato come compito agli assalti del futuro. Ne consegue che oggi, quando il
capitalismo torna ad avvolgersi nelle spire della crisi, il proletariato è senz’altro messo a mal partito
(per le pessime abitudini e le micidiali illusioni introiettate in una lunga fase di stabilità e
“affluenza” nelle metropoli…) ma non ha subito nei tempi recenti alcuna “sconfitta storica”, per
una battaglia di classe che ancora non è stata lanciata e ancora deve essere combattuta nei termini,
ora riproposti, dello scontro decisivo tra inconciliabili alternative di classe e di sistema.
La Rete dei Comunisti scrive invece di “sconfitta storica degli anni ’90”. Secondo questa
“ricostruzione” il proletariato negli anni ’90 avrebbe subito una sconfitta storica. A voler dar credito
a una tesi del genere dovrebbe aggiungersi che il proletariato sarebbe stato sconfitto perché dopo
aver raggiunto e realizzato le proprie conquiste “socialiste” le avrebbe viste dissolversi nei crolli
susseguitisi in due-tre anni. Ne consegue che proprio quando la crisi inizia a rimettere in campo i