MALI a rischio di contagio
Coerenza o discontinuità del MNLA?
Quasi in contemporanea con l’annunzio della riconquista di Timbuctu e del suo aeroporto da
parte delle forze francesi e maliane, il 28 gennaio il MNLA - Movimento Nazionale per la Libera-
zione dell’Azawad, ha emesso un comunicato stampa (pubblicato sul sito del MNLA) per informare
l’opinione pubblica nazionale e internazionale che le città Kidal, Tessalit, Léré, In Khalil, Anefis,
Tinzawatène, Tessit e Talatayt sono sotto il controllo del Movimento nazionale per la liberazione
dell’Azawad(località in particolare la città di Kidal sottratte alla precedente occupazione dei
ribelli jihadisti di Ansar Dine).
L’urgente decisione spiega il comunicato è stata assunta per tutelare la sicurezza dei
beni e specialmente delle persone, a causa dei gravi pericoli sovrastanti le loro vite con il ritorno
nell’Azawad dell’esercito maliano che avanza a seguito dell’esercito francese”, e quindi per assi-
curare “la protezione dei civili contro le azioni criminali dell’esercito maliano che si è sempre di-
stinto per i massacri sulle popolazioni indifese dell’Azawad”.
Se la preclusione nei confronti del “criminale” esercito del Mali è assoluta e irreversibile, di
segno opposto è l’apertura verso la coalizione guidata dalla Francia, alla quale conferma, anzi, di
essere pronta a collaborare per sconfiggere il suo secondo nemico, il terrorismo: Allo scopo di
chiarire senz’ombra di dubbio i propri obiettivi, il MNLA ricorda che non desidera nessuno scontro
con le forze della CEDEAO o con quelle dell'esercito francese, nonostante il fatto che diriga le o-
perazioni per l’occupazione dell’Azawad. (…)
In maniera inequivocabile il MNLA esprime nuova-
mente la sua totale disponibilità a lavorare assieme alla Francia per lo sradicamento dei gruppi
terroristici. (…) Quindi, al fine di eliminare ogni ambiguità circa le sue intenzioni, il MNLA infor-
ma la Francia e la CEDEAO, che non impegnerà le proprie forze in operazioni militari contro le
forze internazionali, ma solo nella protezione dei civili esposti alla vendetta dell’esercito del Mali e
dei gruppi terroristici”. Il MNLA, quindi, adotterà una linea puramente difensiva delle città ricon-
quistate, data l’incapacità delle forze francesi di proteggere i civili dalle angherie maliane ed in at-
tesa di individuare una soluzione politica ed uno status giuridico per l’Azawad”.
La netta presa di distanza e condanna del terrorismo risulta ancor più tranciante in una
“messa a punto” dello stesso 28 gennaio (pubblicata sempre sul sito MNLA), in cui il portavoce del
Movimento così sintetizza la situazione nell’Azawad: 1) Oggi, 28 gennaio 2013, il MNLA ha
scacciato i terroristi da parecchie città dell’Azawad; 2) Il MNLA s’iscrive a pieno titolo nella lotta
contro le organizzazioni terroristiche presenti nell’Azawad; 3) Il MNLA chiede alla Francia di por-
re in atto delle misure di coordinamento al fine di condurre la lotta contro il terrorismo unitamente
alle forze operative denominate «Serval»”. Il quarto punto, infine, ribadisce la richiesta, sulla base
delle proprie rivendicazioni, di una apertura di negoziati nel quadro di una Federazione del Mali
con l’obiettivo di individuare una soluzione definitiva al conflitto che contrappone l’Azawad allo
Stato centrale del Mali”.
L’insistenza sulla lotta al terrorismo, l’arretramento dalla richiesta di “autodeterminazione”
ed indipendenza a quello di un assetto federativo e la richiesta di una soluzione concordata mettono
in evidenza quello che appare come un tentativo estremo di accreditare la propria piena adesione al-
le 2 risoluzioni adottate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite la N. 2056 (2012) del 5 lu-
glio 2012 e la N. 2085 (2012) del 20 dicembre 2012 , che avevano aperto la strada all’intervento
francese, ricalcandone punto per punto i tre passi fondamentali su cui si incentravano:
sovranità,
unità e integrità territoriale del Mali
(con la richiesta della cessazione piena, immediata ed in-
condizionata delle ostilità da parte di gruppi ribelli nel nord per consentire di recuperare i ter-
ritori occupati nel nord del Mali” e “ristabilire l'ordine costituzionale e l'unità nazionale e con il
rifiuto categorico delle dichiarazioni fatte dal Movimento Nazionale per la Liberazione del Aza-
wad (MNLA) per quanto riguarda la cosiddetta «indipendenza» del nord del Mali”);
lotta al terro-
rismo
(con la diffida ai gruppi ribelli del Mali a tagliare tutti i legami con organizzazioni terrori-
ste, in particolare Al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM) e gruppi associati, e prendere provve-
dimenti concreti e visibili a tal fine”);
promozione del dialogo
(per ricercare “una soluzione pacifi-
ca della situazione nel nord del Mali tenuto conto della sovranità, unità e integrità territoriale del
Mali” invitando “i gruppi ribelli del Mali ad avviare un dialogo politico appropriato con le autori-
transitorie del Mali” ed esortando queste ultime “a mettere rapidamente in atto un quadro cre-
dibile per i negoziati con tutte le parti, nel nord del Mali che hanno tagliato tutti i legami con orga-
nizzazioni terroristiche, in particolare AQIM e gruppi associati compresi MUJWA, e che ricono-
scono, senza condizioni, l'unità e l’integrità territoriale dello Stato maliano”).
Dopo il tentativo di forzare militarmente la situazione, ecco rispuntare l’ingenua fiducia nel-
le istituzioni internazionali, nonostante la ripetuta sperimentazione del fallimento di questa via.
Il MNLA, in sostanza, vorrebbe convincere la comunità internazionale di avere chiuso defi-
nitivamente la parentesi dei rapporti con l’integralismo islamico (considerati da questa quantomeno
“equivoci” anche quando il Movimento sostiene di non aver avuto altra scelta che la via del pat-
teggiamento per evitare un conflitto fratricida, ma più spesso bollati come effettiva “alleanza”
o addirittura “fusione”), e di avere quindi tutte le carte in regola per congelare l’avanzata della coa-
lizione e dare l’avvio a colloqui “di pace”.
Ma queste carte saranno sufficienti per la riappacificazione del territorio e l’inizio di trattati-
ve sul futuro assetto della regione? La complessità dell’intero quadro indica ben altra direzione.
La prospettiva “Sahelistan
Innanzitutto l’“affidabilità” del MNLA. I suoi portavoce ufficiali lo presentano come
l’emanazione delle aspirazioni dei tuareg e di una buona parte dei Songhaï, Peul e Mauri
dell’Azawad per l’autonomia”, ma la sua nascita il 16 ottobre del 2011 costituisce il punto di
coagulo di forze eterogenee militari e politiche, che vanno dai giovani attivisti politici ed intellet-
tuali appartenenti alla classe media, già aderenti al MNA (Movimento nazionale dell’Azawad), o-
rientato verso una soluzione pacifica, al movimento armato MTNM (Northern Mali Tuareg Move-
ment), ai guerriglieri che hanno guidato le insurrezioni del 2006 e 2009 allora riuniti nell’ATNM
(Alliance Touareg Niger Mali), ai tuareg che hanno militato nell’esercito di Gheddafi. Eterogeneità
che oggi si ripresenta soprattutto nella dissidenza di una componente interna al Movimento, che
propugna la resistenza contro l’invasione occidentale dell’Azawad”: il rischio di precipitare il Sa-
hel in una situazione analoga a quella afghana, ribattezzato “Sahelistan”, è dietro l’angolo.
Al tempo stesso il MNLA come ricorda in una Lettera aperta del Movimento nazionale
dell’Azawad al popolo maliano è la risultante di una lunga serie di rivendicazioni indipendentiste
delle tribù tuareg che si traducono nel ri-
fiuto di sottomettersi ad una potenza stra-
niera o a qualsiasi altra forma di dominio
di quella stessa natura”, iniziate già sotto il
tallone coloniale francese (tra i popoli della
regione, i tuareg saranno gli ultimi ad ar-
rendersi).
Alla fine degli anni ’50, opponen-
dosi al frazionamento del loro popolo in
cinque Stati diversi (Algeria, Libia, Niger,
Mali e Burkina Faso) ed in vista della co-
stituzione di un nuovo Stato indipendente
sulle loro terre”, più di 300 grandi nota-
bili dell’Azawad indirizzarono una ri-
chiesta scritta al presidente della repubblica
francese che darà inizio alla lunga serie di
appelli inascoltati da parte sia del governo maliano che dalla comunità internazionale per far co-
noscere “ai colonizzatori francesi e al resto del mondo, il loro desiderio di restare liberi a casa loro
e che le loro terre vengano loro restituite come nel caso, all’epoca, degli altri popoli”.
E’ seguita “una vera e propria militarizzazione dell’Azawadda parte del Governo centrale,
con repressione e violenze di ogni genere sulla popolazione, tentativi di assimilazione, massacri ed
esecuzioni sommarie, “nell’indifferenza totale della comunità internazionale rimasta muta di fronte
a queste atrocità”. La necessità di difendere il proprio diritto all’esistenza si è concretizzata in de-
nunce, nuovamente inascoltate dalla comunità internazionale, e nell’avvicendarsi di sollevazioni
armate negli anni 1963, 1990, 2006, seguite da trattati di pace con la principale mediazione
dell’Algeria e della Francia rimasti solo sulla carta, che hanno portato ad una crescente radicaliz-
zazione del movimento, sfociato nella costituzione del MNLA e (dopo un ennesimo appello ina-
scoltato per la ripresa del dialogo sulle rivendicazioni politiche del nord del paese), nella sua dichia-
razione unilaterale dell'indipendenza dell'Azawad, nell’aprile del 2012.
Il generico rifiuto iniziale di qualsiasi forma di dominio”, è venuto così ad identificarsi con
l’ostracismo assoluto nei confronti del Governo centrale e dell’esercito del Mali. Nell’ipotesi di un
“cessate il fuoco”, come sarebbe allora possibile far collimare il ripristino della sovranità naziona-
le e dell’integrità territoriale condizione imprescindibile per le Nazioni Unite con il rifiuto ca-
tegorico della reinstallazione dell’esercito maliano”, nuovamente sottolineato nella dichiarazione
d’intenti del 28 gennaio, da cui siamo partiti? E ancora: come potrà il MNLA “garantire l’integrità
fisica delle nostre popolazioni gravemente minacciate dall’esercito del Mali e dalle sue milizie et-
niche”, vista l’attuale inadeguatezza delle forze francesi? Si renderà necessaria una forza
d’interposizione? Il “Sahelistan” è di nuovo in agguato.
Spinte materiali e richiesta di autonomia
A queste complicazioni se ne aggiunge un'altra ben più importante, che riguarda le esigenze
materiali sottese alle parole d’ordine di autonomia e indipendenza. Inizialmente si trattava essen-
zialmente della difesa di una libertà in materia commerciale e doganale; con l’indipendenza del Ma-
li la stessa rivendicazione per alcuni è agitata in funzione della ricostituzione di un mosaico unitario
pan-sahariano, partendo dalla tessera dell'Azawad, per altri tende a spostarsi in ambito sociale: co-
struzione di scuole, fornitura di acqua ed energia elettrica, maggiore giustizia distributiva e inclu-
sione partecipativa nella gestione pubblica; con la scoperta nell’Azawad dei giacimenti di petrolio
prima (nel 2006) e di uranio poi, la richiesta di autodeterminazione è giunta ad implicare una redi-
stribuzione dei proventi derivanti dall’estrazione di quei prodotti. Anche se il focolaio della rivolta
verrà in qualche modo smorzato, sotto le sue ceneri si manterranno vive le braci alimentate dagli in-
teressi materiali sotterranei, pronte a riattizzare il fuoco e a rendere instabile l’assetto dell’intera a-
rea.
La domanda che ci dobbiamo porre è allora un'altra. Di quali condizioni hanno necessità la
Francia e le altre potenze occidentali per poter continuare a garantire i propri lucrosi affari nel Mali,
anzi ad espanderli ulteriormente?
Vediamo innanzitutto di quali affari ed interessi si tratta.
La caccia al tesoro
Il Mali è uno dei paesi più poveri dell’Africa e del mondo (la Sintesi del Rapporto sullo
sviluppo umano 2011, by the United Nations Development Programme lo colloca al 175° posto su
182).
Il PNL nel 2010 è stato di 8.909 milioni $ USA, mentre il PIL, nell’anno successivo, è stato
di 10.600 milioni $ USA.
Il territorio è occupato per il 65% da zone desertiche (particolarmente nel nord dell’Azawad,
situato all’interno del Sahara) e semidesertiche. Anche i restanti terreni se si eccettua la zona irri-
gua del cosiddetto “delta interno” del Niger, dove si pratica in prevalenza un'agricoltura moderna e
commerciale sono poveri per la piovosità insufficiente e la scarsa irrigazione. Le foreste occupano
Risorse umane
(dati 2011)
Abitanti: 14.528.662
Superficie: 1.284.574 kmq
Densità; 12
Crescita annua: 3,1%
natalità: 46,4‰
mortalità 14,6‰
mortalità infantile: 99
Speranza di vita: m 48,5, f 49,9
Popolazione urbana: 36,6%
Religione: musulmani 94,8%,
cristiani 2,4%,
animisti ed altri 2%
Popolazione attiva: 4.361.700
agricoltura e pesca: 70%
nomade 10%
Forza lavoro: primario 74,3%,
secondario e terziario 25,7%
Disoccupazione 8,8%
Analfabeti: 68,9% (2010)
Medici: 0,05 ogni 1.000 abitanti (2008)
Posti letto: 0,1 ogni 1.000 abitanti (2010)
Accesso all’acqua potabile: 64% (2010)
poco più del 10%, ma l’intensivo impiego del legname per il riscaldamento comporta un continuo
rischio di ulteriore desertificazione.
I prodotti dell’agricoltura che impegna L'86% della popolazione attiva sono utilizzati e-
sclusivamente per il consumo interno, con l’eccezione del cotone, destinato per lo più
all’esportazione. Anche la pesca, effettuata nelle acque interne, è riservata al sostentamento della
popolazione.
L’allevamento è praticato soprattutto nel nord, in
forma estensiva e transumante, e comprende ovini, ca-
prini, bovini e cammelli.
La produzione manifatturiera è limitata e semiar-
tigianale.
Il sistema bancario è ridotto all’osso; il mercato
finanziario è praticamente inesistente; la moneta, il franco
CFA, è legata all’euro da un tasso di cambio fisso la cui
convertibilità è garantita, a determinate condizioni di sta-
bilità monetaria, dalla Francia.
L’import-export registra valori minimali fino ai
primi anni del 2000, quando inizia una relativa crescita.
Le esportazioni (2.460 milioni $ USA nel 2011) com-
prendono cotone, oro, fertilizzanti ed interessano partico-
larmente la Cina (26,8%) e la Germania (24,9%), seguite
da Tailandia, Taiwan, Bangladesh e dai paesi limitrofi
(Algeria in testa). Le importazioni (3.259 milioni $ USA
nel 2011) concernono macchinari ed attrezzature, mate-
riali da costruzione, petrolio, prodotti alimentari e tessili
e provengono principalmente dalla Francia, dal Senegal e
dalla Costa d'Avorio.
Non è certo questa misera economia di sussistenza
ad attrarre gli appetiti franco-occidentali, ma le numerose
ricchezze celate nel sottosuolo, costituite da numerosi
minerali, petrolio, gas naturale e ultimamente anche l’uranio (vedi cartina). Le risorse sono sfruttate
solo in parte data l’inadeguatezza delle strutture e la mancanza di collegamenti ai mercati
dell’esportazione, ma è proprio questo “impasse” a permettere un accaparramento a basso costo da
parte delle società e delle multinazionali straniere, che detengono la quasi totalità delle licenze di ri-
cerca ed estrazione. La parte dei proventi spettanti allo Stato è minima e non concorre affatto a de-
bellare l’estrema povertà, che continua a rimanere la comoda base su cui seguitare a fondare una si-
cura rapina.
L’interesse principale, negli scorsi anni, si era rivolto soprattutto alle miniere d’oro, che
consentono al Mali di occupare il 20° posto tra i produttori mondiali. Attualmente ne sono in fun-
zione 8 (di cui una nella zona di Gao, nella regione dell’Azawad), ma è prevista a breve l’apertura
di altre 7. A conferma di quanto sia appetibile la “corsa all’oro”, basti un semplice dato: tra il 2001
e il 2008 sono stati concessi ogni anno circa 60 permessi di esplorazione ad aziende straniere del
settore.
Un’escalation degli affari stranieri si è avuta con la scoperta del petrolio e di altri idrocarburi
nell’Azawad. Recentemente, poi, la Petroma, una compagnia petrolifera maliana con capitali cana-
desi, ha annunciato la scoperta di un gigantesco giacimento di gas a Bourakebougou, a 60 chilo-
metri dalla capitale Bamako e a 45 chilometri da Kati. Si tratterebbe al 98% di idrogeno puro,
qualcosa di molto raro, a soltanto 107 metri di profondità”, mentre il gigante francese Total e
l’algerina Sonatrach sono coinvolte (assieme ad altre aziende) nell’esplorazione del sottosuolo alla
ricerca di petrolio e gas.
E’stata infine la scoperta dell’uranio ad aprire nuove prospettive di guadagno.
L’esplorazione e l’identificazione degli attuali 3 giacimenti sono state appannaggio di due compa-