nucleo comunista internazionalista
note



GRILLEIDE

In ogni società di classe che si rispetti opposte forze sociali e politiche entrano in conflitto tra loro, mors tua vita mea. Borghesia contro feudalesimo, proletariato contro borghesia (con illustri antecedenti, e non dei seguiti post–socialisti).

La rappresentazione formale di questo antagonismo può essere la più varia ed eccentrica persino. Il “cristianesimo” antipapista, antiromano, poté ben rappresentare nel quindicesimo secolo il senso di una rottura col vecchio ordine medioevale in direzione dei nuovi rapporti capitalistici al di là del suo rivestimento “puramente religioso”, con annesse dommatiche particolari veterotestamentarie (in realtà neocapitalistiche). Il movimento economico–sociale reale di regola non si presenta ideologicamente come tale (salvo il nostro, comunista), ma può rivestirsi di qualsivoglia orpello “ideale”, persino “passatista” ed in nome di vecchie “tradizioni”, che poi, in realtà, si rivelano strumenti di rottura rivoluzionaria in avanti. Il richiamo alla vecchia, dimenticata, Bibbia furono per Lutero, e soprattutto per Calvino, armi non di restaurazione, ma di cambiamento da cima a fondo della società presente ad essi. I Grandi Riformatori attuali, da buoni laici, parlano in nome di una Ragione antirestauratrice per eccellenza; in realtà agiscono da superconservatori dell’esistente, non da trasformatori di essa, ma da semplici trasformisti.

Nella presente situazione economico–sociale italiana che sta avvitandosi su di sé stessa e soffre, insieme, della necessità di uscire dal “blocco” in cui è presa e dell’impossibilità di uscire da esso, varie forze si industriano ad immaginarsi una “risoluzione”, equa, solidale, “sociale” (come le cose impongono) dei problemi sul tappeto. Se fosse esistente un reale movimento di classe rivoluzionario  la cosa si presenterebbe estremamente lineare e conseguente. Nella realtà delle cose, l’antinomia di classe si dà in assenza del suo soggetto deputato a farsene direttamente carico e –poiché essa comunque è– provoca delle risposte, può anche darsi soggettivamente “sanamente incazzate”, ma, per la loro stessa natura, tendenti ad “inglobarla” all’interno di un “movimento” correttivo del sistema. Tanto basta per noi a dimostrare che non c’è altra soluzione rivoluzionaria dell’assetto presente quando non vi intervenga direttamente il proletariato, la prospettiva antagonista del socialismo. Puoi anche cambiare la crosta protettiva del sistema, ma, una volta grattatala via, vi troverai il vecchio marcio di sempre, ed anche di peggio.

Nonostante tutti i toni “rivoluzionari” del vaffanculismo che pretenderebbe far piazza pulita dello schifo presente, ci troviamo di fronte ad una (consapevole o meno, poco c’importa) operazione ultraconservatrice il cui fine o risultato unico è quello di (tentare di) convogliare un’insofferenza vera, di classe, o, se volete, di “popolo” non sfruttatore, contro determinate manifestazioni del capitalismo per un’accorta ripulitura di essi in vista di un suo “lindo” e più spinto rilancio. Polvere rimossa coi... polveroni.

Il caso–Grillo è estremamente interessante in quanto esso testimonia varie cose. Primo: la sua ripulsa dell’effettivo svolgersi del potere (capitalistico, per noi, e da abbattere, sotto tutte le sue forme;  assolutamente “normale” e perpetuo di per sé stesso e da tutelare, per i grillisti, una volta rimosse le sue “anomalie”), con tutte le sue infami ricadute di vergogne ”istituzionali”, tocca un nervo sensibile per la massa, ma si sforza di risolverla in un’operazione di lifting del sistema; esso non chiama –né potrebbe essere altrimenti!–allo svolgersi dell’antagonismo nostro, di classe, ma ad una “rivolta”di generici “cittadini”, privi di identità di classe, per la rinfrescata rigenerante di cui sopra, cui “tutti” partecipare con diletto dal basso, e restando in basso. E lasciamo pur stare la sciocchezza aggiuntiva del “ricambio generazionale”, del “largo ai giovani”: questo non perché ignoriamo l’urgenza della scesa in campo di forze fresche, ma perché le vogliamo nuove sul serio, rivoluzionarie, in mancanza di che la freschezza anagrafica può benissimo sapere d’uovo marcio.

Non saremo certo noi a negare che tutte, o quasi, le reprimende grilliste contro lo stato attuale delle cose italiche siano “di per sé” delle cose sacrosante, destinate a muovere un’indignazione di massa suscettibile di essere canalizzata nel giusto senso rivoluzionario della rottura con l’”ordine”/disordine attuale. Ciò che neghiamo è la rappresentazione di esse come “anomalie” (in particolare, se non esclusivamente, stando alle... comiche) italiane da correggere. Qui si ruba più che altrove da parte della “casta”? Possibile. Qui le porcate individuali della stessa assurgono quasi a regola rispetto ad altre situazioni capitaliste? Altrettanto possibile, come risulta dal libro in oggetto di Rizzo e Stella, ed è sotto gli occhi di tutti. Solo che, per noi, queste “anomalie” non rappresentano affatto il male da estirpare, ma, semmai, una sorta di deregulation che appesantisce e svergogna il male stesso, che è il capitalismo, il quale –è vero!– avrebbe tutto da guadagnare presentandosi “pulito” nei  funzionari ad esso preposti. La cosiddetta “anomalia” italiana è tale, per cominciare, che i governanti rubano a man salda, sia a termini di legge che contro (ma impunemente) di essa, ma, al tempo stesso, stabilizza una melma sociale in cui anche i “ceti deboli” trovano qualcosa da guadagnare provvisoriamente in una sorta di reciproco scambio che li avvilisce al ruolo di clientes (sia pur non particolarmente favoriti) del sistema grazie ai suoi rappresentanti istituzionali, tipo “ultrasinistra... ultragovernativa”. Meglio altrove, come in Spagna o Gran Bretagna, dove “non si ruba”(!!) da parte dei politici? Sì, ma solo nel senso che lì una politica capitalista “pulita” rende più limpidi –vantaggio indiscusso per noi!– i conflitti di classe. La Thatcher ed il suo erede Blair non rubano come da noi? Ma derubano in maniera moltiplicata il proletariato: sull’arma del delitto non ci sono impronte individuali, ma il delitto con ciò diventa semplicemente “perfetto” e più atroce.

Una “sana amministrazione” capitalista può anche indurre gli sfruttati al riconoscimento che “le regole sono rispettate” e la loro schiavitù, di conseguenza, ne è legittimata come fatto normale, ove non intervenga un movimento antagonista (qui sta il punto!) che miri alle sue “sane”, e micidiali, radici. Lì non c’è una “sinistra radicale” annidata nei governi di centro–sinistra a “mediare” sulla base di una concorde spartizione del potere (capitalista) cui, ladronescamente, si partecipa. Buon per noi, perché si tratta lì, in maniera più netta, di aggredire le vere cause del furto permanente e crescente ai nostri danni da parte del sistema. Solo in questo senso siamo per la “pulizia”. Non è, per questo, più facile in senso immediato, ma certamente c’è un’atmosfera migliore, più chiara, che non ha bisogno delle bertinottate collegate organicamente alle mastellate o rutellate che siano.

Sui “costi della politica” va fatta chiarezza: non si tratta tanto e principalmente del fatto che ogni rappresentante della pletora parlamentare (tipicamente italiana) che ci affligge ci costi di per sé il doppio o il triplo che in altri paesi, così come nessun Grillo si sogna mai di contestare “di per sé” i costi individuali del nostro management, tanto privato che –e peggio!– statale (Prodi ne sa qualcosa). Il problema sta nella produttività (per il capitale) di entrambi i soggetti. E, allora, diciamolo chiaramente: i costi “impropri” della politica italiana stanno esattamente nei termini della loro scarsa redditività. Servisse a moltiplicarla, potremmo anche (sempre ragionando capitalisticamente) pagarla il doppio in base ai risultati ottenuti, così come in USA si strapagano i manager ultraefficienti e, per vie traverse, si compensano a dovere i commis d’affaire parlamentari in busta paga aziendale. Il problema vero è di efficienza capitalistica o meno, e qui sta il punto tipicamente italiano, frutto di mille compromessi paralizzanti, clientelari (quelli “classisti” compresi), su cui s’è dato il “sistema Italia”. Via d’uscita, per il capitale: non la “riduzione dei costi della politica” o la sua pretesa “moralizzazione”, ma una decisa virata centralizzatrice, efficientista nel proprio senso, con la lusinga per i proletari che da una successiva pioggia di buoni affari qualche goccia salutare ricadrà a favore anche di essi (sulle cui miserie Montezemolo è il primo a commuoversi, si faper dire!). Via d’uscita per noi: lo sbaraccamento del sistema economico–sociale e politico attuale; imporre noi la nostra politica

L’orizzonte di Grillo è un capitalismo “normale”, e sono molti i contestatori di vecchio e nuovo conio che ci corrono dietro, sanamente disgustati dall’arraffa–arraffa di “casta”, che non conosce più distinzioni tra destra e sinistra (anche “estrema”), ma correndo assai più che il rischio di scavare la fossa non solo e non tanto ai partiti borghesi da cui non si sentono più rappresentati, ma al proprio partito, alla cui costituzione si sottraggono ulteriori forze. Come s’è detto, non saremo noi a “colpevolizzare” costoro, il cui istinto ribellistico sta dalla nostra parte, ma ai quali indichiamo il vero oggetto da colpire, che sta al di là dei “personaggi” e delle “istituzioni deviate” che il grillismo indica come alfa ed omega della questione. I “costi impropri della politica” (di una politica che non sa fare bene il mestiere di serva del capitale cui è chiamata), una volta ridotti o magari cancellati, si tradurrebbero semplicemente in più solide catene da spezzare per noi qualora non si abbia il coraggio di imporre una propria politica, a costi elevatissimi per la borghesia, come s’è detto, col rovesciamento del criterio economico da quello della creazione di profitti a quello della soddisfazione dei bisogni, smercantilizzati, umani.

Facciamo solo un esempio discriminante. Nei discorsi di Grillo, guarda caso!, manca anche solo un accenno alla questione della guerra imperialista occidentale, in cui l’Italia ha la sua bella parte. Ieri Iraq (e ieri si fa per dire!), oggi Libano, Afghanistan e domani, forse, Iran. A nostro sommesso parere, questa questione è più importante dei voli gratuiti di Mastella su aerei di stato per andarsi a vedere la Formula Uno o persino l’assalto alle banche da parte di certa “sinistra” ammanicata col potere. Ma non ci sembra di aver ascoltato un accenno alla questione. E se dei “nostri” bravi ministri dalle mani pulite (tipo il Gordon Brown evocato da Grillo) ci portassero a nuove guerre imperialiste che dovremmo dire? Giriamo la domanda a chi di dovere. Oppure si blatera di “riconvertire” le spese militari in spese civili? Queste, per definizione, sono spese destinate per eccellenza allo sviluppo del capitale; solo che un capitale forte deve, altrettanto per definizione, muovere guerra al proprio antagonista interno spendendo largamente (in maniera impropria?) a favore dell’armamentario statale e, contemporaneamente, concorrere sul mercato e sui territori internazionali investendo opportunamente nel militare. Non si scappa. La presenza di Grillo a Vicenza, “in appoggio” agli anti–Dal Molin, non cambia le cose: il suo discorso è, ed a sole parole!, puramente ambientalista, pacifista, localista, magari anche anti–USA; ma poi, una volta (per ipotesi) liberate Vicenza e l’Italia dalla sovratutela USA, che faremmo militarmente? In realtà lo stiamo già facendo per interessi “nostri” e, di seguito, lo dovremmo fare ancor di più come Italia ed Europa imperialiste. O, se no, come se ne esce stando nel sistema?

(L’ultima di Grillo che abbiamo sentita riguarda la sua “preoccupazione” per la “deregolamentazione dei flussi migratori” in Italia, con la solita tirata riguardo i rom. Bene: vogliamo “regolamentare” sul serio? Ciò altro non significa che una spremitura più accorta dei flussi funzionale agli interessi, senza altre complicazioni, del “nostro” capitale, ed, ovviamente, con tanti saluti agli interessi vitali degli spremuti, di fuori e di qui, reciprocamente ricattati. E dei flussi migratori delle delocalizzazioni dall’Italia altrove che si dice? Più sregolate di quelle! Ne sanno qualcosa all’Est europeo o financo in Asia. Ma su questo silenzio! Ovvio, lì “facciamo” buoni affari a bassissimi costi, rubando ben più che mille carovane di rom, ma...)

Non è casuale che tutta la messinscena mediatica prodotta, molto intelligentemente, dal nostro si concentri sull’”amministrazione sana”, a partire dai consigli comunali che, dotati di bollino blu grillesco, dovrebbero dimostrare cos’è un governo “sano” della politica e dell’economia. Partecipate, prendete la parola, imponete le vostre decisioni. Su cosa? Sugli affari (tutt’altro che neutri) di un “buon sistema” normalizzato. E dopo? Che farà un buon capitalismo grillista italiano sul terreno internazionale? Con ci e per cosa ci scontreremo? Buio solenne. Le poche “serie” proposte concrete vertono proprio su quest’ambito minimalista, sia pur sollevando questioni locali legittime, epperò esse stesse compresse in una sorta di egoismo locale che se ne impipa del quadro generale dei problemi.

L’emergere di simili personaggi “spaccatutto” (in realtà rattoppatutto) non è una novità nel nostro paese, od in altre consimili situazioni. In assenza di una nostra prospettiva antagonista tangibile il marasma sociale incombente trova, di necessità, i suoi surrogati (individui) transitori.

Alcuni, come Scalfari o Mazza, evocano lo spettro dei fasci di combattimento o delle... BR come pericolo che si anniderebbe dietro le “grillate”. Un falso “rivoluzionarismo”, essi dicono, può portare al peggio, alla dittatura o al “terrorismo”. Giusto. Salvo che per scongiurare questo pericolo costoro si assumono il ruolo di difensori di un esistente che obiettivamente fa schifo alle masse, ed a tuttissima ragione, in nome di un’”autoriforma del sistema politico” che, altrettanto obiettivamente, non si vede da chi e come possa cominciare. Per essi il pericolo vero è proprio l’insorgere di un antagonismo di classe, né più né meno come per Grillo, salva l’indicazione dei metodi curativi, che sono opposti (come accade alla “casta” dei medici curanti del sistema) . Lo stesso può dirsi per Liberazione, che tuona contro l’insidia “populista” e “qualunquista” da arginare allo stesso ultraconservativo modo. Dimostrano più acume coloro che distinguono accortamente tra il segnale mandato dal “grillismo di massa”, che “va accolto”, e le sue soluzioni, che non potranno scalfarianamente essere indolori. Sì, la “casta” va spazzata via, ovvero: va sostituita attraverso una sagace capitalizzazione delle spinte che vengono dal basso e che a tale scopo vanno finalizzate. Intelligentemente certa destra se ne rende conto: la tigre non si butta, ma si cavalca.

Nell’Italia dell’immediato secondo dopoguerra abbiamo già avuto un esempio eloquente di “grillismo”, quello dell’Uomo Qualunque (ad opera anche qui, guarda caso!, si un brillante uomo di spettacolo). Anche allora serpeggiava nella massa lo schifo per i nuovi arruffoni venutisi a stabilire democraticamente al potere sulle ceneri del fascismo. Ladri, approfittatori e, su ciò, come oggi, destra centro e sinistra insieme. E la medicina indicata era la stessa dell’attuale: una rivolta dal basso dei “cittadini” per la ripulitura delle stalle, a cominciare da una “sana amministrazione” locale dotata di “bollini blu”. Se del caso, daremo sul nostro sito degli stralci eloquenti di questa propaganda qualunquista ed ognuno potrà apprezzarne i valori “precursori”. Risultato di allora: in presenza di un movimento operaio, deviato sì, ma tuttora forte, il qualunquismo non poté penetrare in esso, perché, attraverso lotte reali (per quanto al di fuori di ogni logica rivoluzionaria), il movimento operaio stesso guardava in avanti, in direzione di (supposti, vista la delega allo stalinismo italiota) cambiamenti reali di fondo. La tragedia attuale è che questo “istinto” è andato perdendosi, grazie alle direzioni di cui sopra oggi giunte al capolinea del pieno e convinto inserimento nel sistema ed il qualunquismo viene a spirare vigoroso nel nostro stesso seno di classe. L’Uomo Qualunque era contro “i partiti” (da distruggere, grillescamente) e la stessa forma–partito, considerata di per sé pericolosa in quanto riferibile alla classe proletaria, anch’esso invocando l’irruzione sulla scena di forze giovani, “vergini”. Che c’è di nuovo? C’è che tra le stesse nostre forze sociali di riferimento si arriva per la prima volta a queste stesse conclusioni. Via anche i Fassino, i D’Alema, i Bertinotti e via dicendo. Bene, se questo volesse dire una virata di lotta in grado di ridare al proletariato il suo strumento–partito rivoluzionario, di per sé negatore di ogni “casta” sovradeterminatagli. Malissimo allorché l’incazzatura sacrosanta contro i guasti “della politica” (di una determinata politica di classe) viene... peronizzata in nome della “base che conta e decide” (contro i suoi reali interessi storici).

L’Uomo Qualunque di allora concluse la sua traiettoria fulminante di successi risolvendosi nella DC o nel MSI. Quello di oggi pesca soprattutto a sinistra tra la gente comune incazzata ridotta al ruolo di “uomini qualunque”, o, se volete, “cittadini”.

E’ una forma nuova, con connotati anche socialmente nuovi, di qualunquismo che ribadisce e potenzia il suo ruolo controrivoluzionario. La dismissione da parte della “sinistra” di ogni suo residuo ruolo contestatore ha aperto a ciò le porte. Per un certo periodo di tempo, nel vuoto di rappresentanza reale che si andava creando nel paese tra masse sfruttate e potere politico, persino un signor Nessuno come Mariotto Segni poté avere il suo momento di gloria coi suoi marchingegni “riformatori” delle “regole” della politica. Venne poi Di Pietro, il “moralizzatore” per eccellenza, osannato in piazza da un arco di forze che andava da Rifondazione alla Lega di allora cui non pareva vero di poter far fuori le vecchie “partitocrazie” per sostituirsi profittabilmente ad esse.Ma venne fuori, come campione del rinnovamento “fuori dalla politica ufficiale” anche Berlusconi, non dimentichiamocelo: il manager “non invischiato” con gli intrallazzi della “politica”, quello che sa fare gli affari e promette di farli “per tutti”; e in quanti, di “popolo” ci caddero? (Pare che, a suo tempo, anche Grillo sia stato della partita). Vennero i “girotondi” (con tanto di un alto comico alla testa, l’ineffabile Nanni Moretti). Per non essere esclusi dalla partita, anche la “sinistra estrema” conobbe il suo momento di euforia illudendosi di aver trovato il proprio “salvatore”: l’ineffabile Cofferati, homo novus per eccellenza (si vada a scartabellare la raccolta del Manifesto!) Oggi arriva Grillo. Ma vi arriva in un momento in cui stiamo arrivando al dunque, in cui la misura è davvero colma, l’insopportabilità per il presente stato di cose si avverte ovunque. L’insostenibilità delle cose come stanno produce la necessità di una via d’uscita che, in assenza di una prospettiva di classe, si traduce nella corsa al “personaggio nuovo”, ad un leader maximo purificatore. E costui sempre più deve rappresentarsi come “lontano dalla politica ufficiale” (anche il PD sta giocando questa carta, dall’alto, con la buffonata dell’ipernovità veltronista!). La cosa è, per noi, salutare a misura che la necessità di una rottura traumatica con l’esistente sia da noi, noi classe!, presa decisamente in mano. Il che significa agire sul serio collettivamente in quanto classe, senza altri... grilli per la testa. O, altrimenti, il via libera sarà per un Uomo Forte, come molti paventano e/o si augurano simultaneamente.

Veniamo ai “programmi”.

Alla prospettiva di “poteri locali” capaci di “ben amministrare” noi opponiamo dei contropoteri di classe capaci di rompere col sistema; ai “comitati di cittadini” (fedeli al sistema) dei soviet proletari; alla diluizione della protesta nell’ambito locale una generalizzazione centralizzata di forze alla scala politico–sociale complessiva. Sappiamo che su ciò non riscuoteremo all’immediato né trecentomila “sottoscrittori” né, tanto meno, trecentomila militanti, ma questa è la via cui chiamiamo la nostra classe, contro ogni forma di “grillismo”, e non perché esso non agiti temi veri e sentiti dalla massa, ma perché li piega ad un’ulteriore forma di “democratica” autoschiavitù. La nostra truppa non sta nei “cittadini italiani”, opportunamente divisi nelle loro situazioni “locali”, ma nei nostri fratelli di classe di ogni parte del mondo, contro cui l’Occidente in generale e l’Italia in particolare esercita il proprio schiavistico potere neo–coloniale. 

Alla prospettiva di una “politica senza politici”, “senza partiti” noi opponiamo, del pari, una politica di cui essere tutti noi, come collettività di classe, animali politici a tutto tondo attraverso il proprio partito comunista.

Questo, lo ripetiamo per l’ennesima volta, non significa in nulla e per nulla sottovalutare o svillaneggiare la protesta positiva che sale dal basso. Al contrario. Ma, come sempre, siamo lontani le mille miglia da ogni sirena “movimentista” in quanto tale, e più che mai in questo caso. Che le piazze si agitino per “cambiare le cose” è la premessa indispensabile di una vera lotta per un vero cambiamento, ma solo una premessa ed, in ogni caso, la piazza cui guardiamo non è quella di spettatori passivi di spettacoli altrui o di firmaioli a costo zero, ma di gente che comincia a ragionare, a discutere, ad organizzarsi collettivamente. E, comunque, questa piazza va guidata nel giusto senso, senza di che altri la guiderà in senso contrario, fosse pure attraverso i semplici fili invisibili del sistema dominante rimessi in sesto e riaccreditati “spontaneamente” dal basso stesso.

15 ottobre 2007